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Note di regia

La fuga di Teresa

Quando mi è stato offerto di girare uno dei film della collana  “Mai per amore” ho accettato immediatamente perché il tema mi sta molto a cuore. L’ho sentito quasi come un dovere morale visto che se ne parla sempre troppo poco. Ho scelto di raccontare una storia di violenza psicologica all’interno di una famiglia borghese, apparentemente tranquilla e serena, dove tutto fila liscio. Spesso leggiamo di donne molestate, picchiate, uccise dai loro stessi uomini,  ma si racconta pochissimo delle donne che giornalmente subiscono umiliazioni e atti di prevaricazioni dentro le mura domestiche, dove una donna dovrebbe sentirsi al sicuro.
Laura, la protagonista del mio film, è stata una donna felice, con un lavoro gratificante, appagata, ma che accanto al marito, un chirurgo di successo, perde, giorno dopo giorno, la sua dignità, la sua sicurezza, la voglia di vivere.  Il marito l’ha conosciuta e amata, ma appena scopre il suo desiderio di indipendenza ne vuole fare un’altra donna, vuole deformarla per amore.

Credo sia un problema abbastanza diffuso tra gli uomini, anche tra quelli colti, illuminati, che apparentemente combattono insieme alle loro compagne per l’emancipazione femminile, ma si sentono minacciati quando questa richiesta si manifesta nella loro casa e quindi li tocca personalmente. Sono combattuti tra la convinzione che sia giusto che la donna conquisti la sua autonomia e la paura di perdere il proprio dominio, il proprio potere. Non credo, però, che la violenza sulle donne, intendo fisica e psicologica, sia in aumento rispetto ad alcuni anni fa. Semplicemente oggi se ne parla di più, i media hanno deciso di occuparsene e le donne, per fortuna, hanno capito che il proprio aggressore va denunciato.

È la prima volta che lavoro per la tv in Italia, ma ho accettato con piacere perché credo che attraverso la televisione si possa raggiungere un pubblico molto più vasto di quello cinematografico. Mi allettava molto anche l’idea di lavorare ad una serie con Liliana Cavani e Marco Pontecorvo, di cui ho conosciuto il padre che ammiravo molto.
Trovo, tra l’altro, che sia molto coraggioso decidere di mandare in onda sulla rete ammiraglia della Rai una serie che affronta una tematica così dolorosa. E, di contro, è giusto che sia così anche per contrastare tutti quei programmi che pensano che l’emancipazione della donna passi soltanto attraverso un bel sedere. Ma quelle donne, si sa, non fanno paura, anzi… A far paura sono quelle che vogliono usare la testa per far carriera.

Margarethe Von Trotta

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