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Giuseppe Massa

Giuseppe Massa nasce a Napoli nel 1973. Cresce in una famiglia “operaia”, il  padre lavora presso l’impianto siderurgico Italsider di Bagnoli ed è membro attivo della formazione politica extra parlamentare “Lotta Continua”, la madre, invece, è responsabile di una comunità.
La sua è un’adolescenza normale scandita dal desiderio, forse troppo precoce, di poter vivere oltre le reali possibilità economiche offerte dalla famiglia. Un desiderio che all’inizio si traduce in piccoli furti e con il tempo diventa il seme dell’inquietudine che porterà un normale ragazzo iscritto all’università a diventare un delinquente vero e proprio.
Il giovane, tradendo le ambizioni dei suoi genitori, abbandona gli studi e compie quel salto di qualità nel crimine utile solo a compromettere per sempre il suo destino e quello dei suoi affetti più cari.
E’ giovanissimo quando è arrestato per la prima volta dopo aver picchiato un poliziotto durante la causa per la richiesta di affidamento di suo figlio.
Dei suoi tre figli, avuti con tre donne differenti, solo una porta il suo cognome.


QUALCHE DOMANDA A GIUSEPPE MASSA

Qual era da ragazzo un tuo sogno? La Ferrari?

Non solo la Ferrari.  Diciamo che da piccolino ero attratto molto dal viaggiare, dall’andare in giro, questo sì. Perché non mi vedevo come mio padre: operario che va al lavoro, poi ritorna.  Mio padre faceva anche un doppio lavoro: andava in mare con le bombole.
Ritenevo che la sua vita fosse monotona. Politica lavoro casa, politica lavoro casa. Poi scontavo un po’ questa parte perché essendo figlio di un fervente comunista, io ero iscritto a scuola dalle suore e la cosa mi si ritorceva ogni tanto contro. Vi ricordate a storia di Alfredino che cadde nel pozzo?


Come no!

Dunque, noi commentavamo a scuola con uno scritto, anni fa e io su questo foglio scrissi meno male  che dall’Unione Sovietica hanno mandato un macchinario speciale per scavare un buco a fianco al pozzo di Alfredino, chissà, forse i russi hanno smesso di mangiare i bambini, di far del male alle persone, cominciano ad aprirsi verso di noi e a venirci incontro. Magari non sono così cattivi come ce li descrivono e questa è stata proprio una cosa che dalle suore non è stata tanto gradita. Suor Antonia, pace all’anima sua, era indiavolata… sembrava la sorella del diavolo.

Quando hai iniziato a infrangere la legge, e perché?

A infrangere la legge  per il desiderio di avere soldi. Il biglietto di un concerto costava 80mila lire, e chi te li dava queste 80mila lire? E poi perché in un piccolo paese si avverte subito la differenza tra poter disporre di denaro e non poterlo fare. Poi, come ripeto, non ci sono cause legate tanto alla droga, le amicizie. Le amicizie sono quelle che una persona sceglie: io sono padrone di me e scelgo io con chi praticare e nel mio caso è stata una ricerca di soldi. A me piaceva tanto viaggiare, andare in giro, qualche concerto, moto.

E hai iniziato a fare che tipo di reato? Rapine?

No, questo no. Da piccolino rubavo i ciclomotori, i ciclomotori, che poi molto spesso è successo che mi hanno addebitato anche qualche furto di ciclomotore di amici: dicevano è cattivo proprio, ruba anche ai suoi amici, che, diciamo, nove su dieci non ero io, però, poi nei piccoli paesi questa fama non te la togli più. Etichetta che non si stacca più di dosso.

Credi ci siano dei valori, delle priorità, che hai rimesso in discussione dopo tutto quello che è successo?
Eh, sì, anche perché un qualcosa devo trasmettere ai miei figli. Io mi ero illuso forse momentaneamente dicendo: “vabbè…se li stanno a crescere loro…” e, invece no! Quando hanno cominciato a passare i 13-14 anni, cominciano a chiedere dazio… mia figlia che c’ha 12 anni, fa discorsi che noi, quando avevamo 12 anni, non facevamo. Le cose sono cambiate anche a scuola, si fa pure educazione sessuale, si va in Internet, ci vuole il filtro al computer per evitare siti..
Io che ne sapevo di queste cose? E mia figlia che mi insegna queste cose.

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