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Le lepri del made in Italy 
non salvano la generazione perduta

IL meglio dell’impresa italiana, le «multinazionali tascabili», generano più valore che lavoro




di Dario Di Vico



Dopo la generazione dei precari, che oggi hanno tra i 30 e i 40 anni rischiamo, dunque, di produrre un fenomeno ancora più drammatico, la lost generation. Intere classi di età destinate a restare fuori dal mercato del lavoro. A suonare l’allarme è un report del Fmi, un’istituzione che in passato ha preso più di qualche cantonata e quindi non è assimilabile al Verbo. Commenta l’ex ministro Tiziano Treu: «Questa è una fase dell’economia in cui è difficile fare previsioni a 5 anni, figuriamoci a 20!». E poi in materia di lavoro sono tante le variabili, «il dato macro della crescita ma anche il suo mix e poi non si possono dimenticare le policy specifiche rivolte al lavoro».

Prendiamo dunque il lavoro del Fmi con le pinze e usiamolo però come stimolo per dare uno sguardo in avanti basandoci sulle (poche) cose che sappiamo. Fatto salvo che l’allarme sulla lenta crescita non può che essere condiviso corre l’obbligo di dire che non è nemmeno automatico che all’incremento del Pil corrisponda un aumento dei posti di lavoro. Esiste ormai una robusta letteratura sulle riprese jobless, senza occupazione. Il governatore Ignazio Visco, molto attento ai problemi del lavoro, nelle Considerazioni finali ammoniva che «esiste il rischio, particolarmente nel Mezzogiorno, che la ripresa non sia in grado di generare occupazione nella misura in cui è accaduto in passato all’uscita da fasi congiunturali sfavorevoli». E il motivo è semplice: stiamo incrociando un ciclo tecnologico particolarmente vivace per cui «la domanda di lavoro da parte delle imprese più innovative potrebbe non bastare a riassorbire la disoccupazione nel breve periodo».

La nuova rivoluzione delle macchine, dunque, mangia lavoro o quantomeno non produce in misura significativa. Aggiungiamo un’altra considerazione che sa d’amaro: il meglio dell’impresa italiana, le multinazionali tascabili che solcano i mercati globali, sono capaci più di produrre valore che occupazione. Grazie alla ristrutturazione fatta durante la crisi sono diventate delle autentiche lepri, veloci ma anche tanto snelle. E di conseguenza se le imprese più innovative non sono labour intensive, per garantire larga occupazione bisogna pensare ad altro. Secondo Visco l’altro è «maggiori investimenti per l’ammodernamento urbanistico, per la salvaguardia del territorio e del paesaggio, per la valorizzazione del patrimonio culturale che possono produrre benefici importanti anche al di fuori dei comparti più direttamente coinvolti, quali edilizia e turismo». Anche perché un settore, la grande distribuzione, che in questi anni ha generato posti di lavoro ora sta segnando il passo e comincia a ristrutturarsi.

Al Fmi non piacerà ma quando parliamo di lavoro in Italia dobbiamo aver presente le dinamiche dell’impiego autonomo, che rimangono sostenute come dimostrano le oltre 50 mila partite Iva che si continuano ad aprire ogni mese. Due sono i settori privilegiati da questo flusso: la ristorazione che però rischia un’obiettiva saturazione e l’agricoltura, che sta invece riservando novità inattese. Infine i ragionamenti sulla lost generation italiana si devono infine collegare alla mutata geografia del lavoro. Perché l’ulteriore rischio che stiamo correndo è di formare giovani - talenti e anche no - che vanno a creare valore all’estero. Il dato di Londra che ormai conta più cittadini italiani di Padova - e la stima è prudenziale - illumina più di tante parole l’ennesimo paradosso del lavoro italiano. Morale della favola: anche chi può pensare che il report del Fmi arriva a conclusioni affrettate è meglio comunque che non stia sereno.

 

sito del Corriere della Sera 

 

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Errico Novi





Errico Novi, napoletano, è giornalista del quotidiano Il Garantista. Giornalista dal 1994, ha iniziato con il Giornale di Napoli e ha lavorato per l'edizione campana del Giornale. Dal 2003 vive a Roma, dove ha fatto parte delle redazioni politiche di Libero e dell'Indipendente. È passato a Liberal nel 2007, quando Ferdinando Adornato ha trasformato il periodico della sua fondazione culturale in quotidiano. Ha collaborato con la trasmissione di RaiUno La vita in diretta. Scrive per la rivista di geopolitica Imperi.

Rassegna stampa
del 28 luglio

Occupazione, crescita troppo lenta – Giuseppe Sarcina – Corriere della Sera

 

La crescita del Dragone e il mercato immaturo – Fabrizio Galimberti – Il Sole 24Ore

 

Il rischio dell’effetto domino – Mario Deaglio -  La Stampa

 

La tragedia greca e la sovranità spodestata – Gustavo Zagrebelsky – la Repubblica

 

“Pronti ad aiutare Roma, ma Marino dia un segnale” – Lettera di Matteo Renzi – Il Messaggero

 

Le ragioni del collasso di RomaFrancesco Rutelli – Il Tempo

 

L’incassatore Ignazio mette al tappeto l’arrogante Renzi – Fosca Bincher – Libero

 

Generazione perduta – Maurizio Carucci – Avvenire

 

“Una mannaia assurda imporre di terminare un’indagine in 90 giorni” – Liana Milella – la Repubblica

 

Dal Pd nessun bavaglio – Walter Verini – l’Unità

 

Sanità, una cura da Troika – Marco Palombi – il Fatto Quotidiano

 

Pd famelico, ora tocca alla sanità – Antonio Sciotto – il Manifesto

 

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la preghiera laica di Erri De Luca

Antonio Rapisarda - All'Armi Siam Leghisti


Sono sovranisti e identitari. Con una mano occupano gli spazi virtuali, agendo sui social media, e con l'altra preparano la colla per i manifesti. Il mito delle patrie, il risveglio dell'Europa e la riconquista della proprietà della moneta, gli elementi centrali di questa nuova "comunità" politica. Matteo Salvini ne è il leader e la stampa mainstream l'ha già etichettata generazione nero-verde, ossia l'incontro di una Lega in evoluzione con i centri sociali non conformi e con la destra sociale. Fatta di studiosi, sindacalisti, riviste, associazioni, artisti, è una rete europea in forte crescita e pienamente in sintonia con il popolo degli invisibili. L'Unione europea, l'immigrazione incontrollata e le politiche d'austerità hanno fatto incontrare i protagonisti di questa destra inedita. Erano più simili di quanto si credesse. Ci voleva "l'altro" Matteo per farli incontrare.


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