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L'eredità di Falcone e Borsellino è il rigore figlio del garantismo

di Paolo Graldi

Conforta, dà un senso di pienezza forte, ricordare in tanti modi e intensamente l’eccidio di Capaci di 23 anni fa e il massacro di via d’Amelio. E tornare con il rito della memoria ma anche con l’impegno rinnovato ai valori che portarono al sacrificio supremo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. È bello vedere i giovani rispondere all’appello di chi li chiama a sostenere la cultura della legalità contro le mafie e mostrarsi pronti a segnare la propria esistenza presente e futura con l’impegno di mantenerla viva, di praticarla ogni giorno. Si è detto ogni anno, da quella stagione terrificante di sangue affogato nell’odio criminale, la stagione della più acuta e cruenta sfida del crimine organizzato allo Stato di diritto, che l’eredità dei due magistrati che tutto avevano capito di Cosa Nostra, financo le collusioni più infamanti, doveva diventare patrimonio nazionale. Un’eredità non solo costruita dal loro esempio di vita, ma anche dall’esemplare modo di affrontare la questione mafiosa, in chiave garantista, frontalmente nelle persecuzione giudiziaria e tuttavia senza mai rinunciare agli strumenti del diritto, del confronto processuale, dell’analisi in tutti i passaggi, delle prove. Tanto e non a torto, si è decantata la lungimiranza di una impostazione investigativa e poi processuale: altri, loro colleghi, ne hanno raccolto l’impegno e affrontato altri rischi, tuttora palpabili. E’ però vero che quel lascito costituito dall’esempio in vita di Falcone e Borsellino ha incontrato generale condivisione e ancora oggi assistiamo sul fonte della lotta alla mafia al dipanarsi di polemiche infinite, alcune divenute faldoni processuali, altre deflagrate fino a lambire la passata presidenza della Repubblica ed ora, come in un copione destinato a ripetersi, la lotta tra magistrati per la poltrona di Procuratore della Repubblica a Palermo, che mette addirittura in conflitto il CSM con un TAR, il Consiglio Superiore della Magistratura con un Tribunale Regionale, per l’attribuzione di quell’incarico. Dice il Presidente Sergio Mattarella, presenza puntuale  questa ricorrenza, che la lotta alla Mafia vedrà la fine, che le battaglie e la guerra contro questa mala pianta ramificatissima e nutrita da “menti raffinatissime”, alla fine vedrà il segno della vittoria. Un auspicio pacato e fermo che tuttavia non può ancora definire conclusa una stagione che sembra infinita e che segna, nel profondo, la cultura e la stessa economia del nostro Paese.

C’è qualcosa che possiamo recriminare nel non aver fatto, nel non aver fatto compiutamente nel combattere questo magma velenoso? Certamente sì. Si dovrà avere il coraggio di riprendere in mano tutta la materia e aprirla senza jattanza ma con sincero spirito critico per capire che cosa ancora si deve cambiare e in tutta fretta, per porre al passo con i tempi anche questo fronte. Una Commissione parlamentare che si trascina di legislatura in legislatura, armata delle migliori intenzioni, un’autorità nazionale consolidata nelle sue ramificazioni, una Intelligence che fornisce il proprio contributo, una rete di intensi sforzi forniti dalle diverse istituzioni non forniscono, questa è la verità, un bilancio davvero confortante.

Le radici del male si aggiornano, si trasformano, restano impregnate di complicità e si intrecciano, talvolta nei gangli più delicati con la politica e i suoi rappresentanti. Anche il fronte della giurisprudenza s’affanna ad inseguire rimedi cotti e mangiati a seconda delle esigenze del momento ed anche in questo caso la lezione garantista di Giovanni Falcone tanto viene invocata quanto è disattesa nei fatti.

Sarebbe ingiusto e sbagliato negare i passi compiuti, la cattura dei grandi boss, la disarticolazione dei mandamenti, il disvelarsi dei segreti e degli intrecci delle organizzazioni criminali, e tuttavia, lo ricorda spesso anche il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, siamo ancora a interrogarci su chi aiuti la latitanza infinita dell’attuale boss dei boss, Matteo Messina Denaro, il quale risulta in piena attività. I passi più lunghi, quelli decisivi, riguardano la cultura della legalità: che chiama in causa la scuola, gli insegnanti, lo Stato in generale e dunque le nuove generazioni e i valori nei quali si riconoscono. Non soltanto nei giorni degli anniversari. “Io vi perdono, ma dovete inginocchiarvi”, la meravigliosa frase della vedova Schifani sulla bara del marito resta un monito altissimo. Quanto davvero ascoltato? La guerra non è vinta e molte armi, da quel tremendo 23 maggio, purtroppo, si sono spuntate, lasciata colpevolmente appese, come se la questione non riguardasse tutti. Nessuno escluso.

 

sito del Corriere della Sera

 

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Pierangelo Giovanetti



Pierangelo Giovanetti, trentino, è direttore del quotidiano “ L’Adige”, dove ha iniziato la professione, sotto la guida di Piero Agostini e di Paolo Pagliaro, prima come notista politico e poi come inviato speciale. Ha proseguito la sua carriera nei quotidiani “Avvenire”,  "Il Mattino" e il "Corriere della Sera", dove ha seguito le trasformazioni del lavoro in Italia alla fine degli anni Novanta. Ha pubblicato «Posto fisso addio. Come cambia il lavoro in Italia”, il libro-inchiesta «Mario Malossini. Storia di un ex potente resuscitato» del 2003 e, nel 2007, "Europa, religioni, laicità”.

Rassegna stampa
del 24 maggio

Draghi: "Senza riforme unione monetaria a rischio" - Danilo Taino - Corriere della Sera

La cattolica Irlanda dice sì alle nozze gay - Fabio Cvalera - Corriere della Sera

Vietato smarrire la rotta - Nicola Saldutti - Corriere della sera

"I decreti fiscali a giugno - Fabrizio Forquet - Il Sole 24 Ore

La spa salva-aziende parte con 830 milioni - Primo test l'Ilva - Il Sole 24 Ore

Una valanga di sì al matrimonio gay, la cattolica irlanda volta pagina - Enrico Franceschini - La Repubblica

Una vittoria del ri-sentimento - Salvatore Mazza - Avvenire

La rottamazione sotto le lenzuola - Aurelio Mancuso - Il Manifesto

E' una sfida (anche) all'Italia - Cesare Martinetti - La Stampa

Sindacati, cambiano le regole - Renzi lancia la sfida - Il Messaggero

Dopo di me una donna, Berlusconi lancia la corsa - Paolo Emilio Russo - Libero

Cordiale amarcord del fantastico Cav - Giampaolo Pansa - Libero 

 


la preghiera laica di Erri De Luca

Dave Eggers - Il Cerchio




Mae Holland un assolato lunedì di giugno quando fa il suo ingresso al Cerchio. Mai avrebbe pensato di lavorare in un posto simile: la più influente azienda al mondo nella gestione di informazioni web, un asteroide lanciato nel futuro e pronto a imbarcare migliaia di giovani menti. Mae adora tutto del Cerchio: gli open space avveniristici, le palestre e le piscine distribuite ai piani, la zona riposo con i materassi per chi si trovasse a passare la notte al lavoro, i tavoli da ping pong per scaricare la tensione, le feste organizzate, perfino l'acquario con rarissimi pesci tropicali. Pur di far parte della comunità di eletti del Cerchio, Mae non esita ad acconsentire alla richiesta di rinunciare alla propria privacy per un regime di trasparenza assoluta. "Se non sei trasparente, cos'hai da nascondere?" è uno dei motti aziendali. Cioè, condividere sul web qualsiasi esperienza personale, trasmettere in streaming la propria vita. Nessun problema per Mae, tanto la vita fuori dal Cerchio non è che un miraggio sfocato e privo di fascino. Perlomeno fino a quando un ex collega non la fa riflettere: il progetto di usare i social network per creare un mondo più sano e più sicuro è davvero privo di conseguenze o rende gli esseri umani più esposti e fragili, alla fine più manipolabili? Se crolla la barriera tra pubblico e privato, non crolla forse anche la barriera che ci protegge dai totalitarismi?

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