Radio3

Contenuti della pagina

da lunedì a venerdì alle 19.45

Urtisti e peromanti: venditori di souvenir a Roma

slcontent

di Giovanni Piperno

con la collaborazione dei fonici:
Giuliano Marcaccini, Paolo Giuliani e di Renato Lambiase e Angelo Loy

Lavorano per strada dall’alba al tramonto, non conoscono sabati e domeniche. 
Qualcuno si ferma solo qualche settimana tra gennaio e febbraio.
Sono da più di un secolo sotto ogni monumento importante di Roma: il Vaticano, il Colosseo, il Palatino, il Campidoglio. Per il comune sono gli Urtisti, per altri iricordari, o i Peromanti (quelli che vanno pe ’Roma, e rimangono tali anche a Milano o a Capri). Vendono souvenir: cartoline, magneti, braccialetti, rosari, statuine finto marmo d’imperatori, di papi, di madonne. E sono tutti ebrei.
Alla fine dell’ottocento un editto papale permette loro, ancora chiusi nel ghetto, di poter vendere i rosari ai pellegrini. Il ricordaro diventa presto un mestiere diffuso e importante per la comunità ebraica romana, che ha pochissimi lavori permessi fuori dal ghetto: praticamente solo lo stracciarolo e lo strozzino. Durante il fascismo viene data loro addirittura una divisa e sul berretto un acronimo: S F V A, Sindacato Fascista Venditori Ambulanti. Le licenze ufficiali si tramandano di padre in figlio, finché le leggi razziali azzerano tutto. Però, perfino con i nazisti in città, i peromanti, divenuti tutti abusivi, continuano a lavorare: vendono ai soldati tedeschi sigarette di contrabbando, lucido da scarpe, lacci, crema da barba. Spesso sono ragazzini, che possono sfuggire più facilmente ai controlli. Quelli che sopravvivranno, rimarranno peromanti per tutta la vita.
Dopo la guerra arrivano i turisti americani, ricchi ed ingenui, poi i giapponesi. I peromanti imparano le lingue straniere, stipano i loro soprabiti di finti monili preziosi, di colorate diapositive kodachrome della città, di camei fatti in provincia di Napoli; si appendono al collo una pesante cassetta di legno, munita di cassettini, lo schifetto, affinano le tecniche di vendita e circuizione del turista,   approfittando dell’ingenuità del visitatore che non ha ben chiaro il valore della lira. I papi, grazie al turismo religioso di massa, uno dei fondamentali introiti della chiesa, attirano migliaia di pellegrini. L’urtista - come viene burocraticamente designato dal Comune di Roma, colui che va incontro al turista, lo urta - riesce a guadagnare cifre straordinarie completamente esentasse.
Negli anni settanta cominciano le battaglie per appoggiare lo schifetto: prima sui muri o sui gradini, poi su dei cavalletti; praticamente quattro schifetti attaccati fanno l’equivalente di una bancarella. Chi ha la licenza ottiene di poter aprire un banco. Naturalmente cominciano a spuntare le bancarelle anche degli abusivi. Fino a Papa Wojtyla gli affari vanno bene, poi i problemi economici degli anni duemila e la scarsa attrazione per Papa Ratzinger fanno conoscere la crisi anche ai peromanti.
Con l’arrivo di Papa Francesco si torna ad avere un afflusso importante di pellegrini, anche se ormai la tendenza è sempre quella del turista mordi e fuggi, e si deve lavorare su la quantità, su le comitive, in concorrenza spietata con le guide, che, in cambio di stecche, portano i gruppi direttamente a comprare dentro i negozi storici di souvenir. Insomma oggi il peromante è forse un lavoro ancora più duro che nel passato, ma molti giovani, che hanno avuto la possibilità di studiare più dei loro padri e dei loro nonni, vogliono continuare a farlo: è diventato un mestiere identitario degli ebrei romani.

Credits

a cura di Elisabetta Parisi con Daria Corrias e Lorenzo Pavolini

Riascolta

Access key

La navigazione di questo sito è agevolata dalle access key, tramite le quali è possibile accedere alle funzioni e ai contenuti principali del sito.

Sono state definite le seguenti access key