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La signora Dalloway
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Paola Pitagora legge La signora Dalloway di Virginia Woolf (trad. di Anna Nadotti, Einaudi)
- Sono innamorato. - disse Peter Walsh, non a lei peraltro, ma a colei che si era levata così in alto nel buio che non la si poteva toccare, e si doveva invece posare la propria ghirlanda sull'erba nel buio.
- Innamorato, - ripetè parlando ora piuttosto seccamente a Clarissa, - innamorato di una ragazza in India.- Aveva deposto la sua ghirlanda. Che Clarissa ne facesse ciò che voleva.
- Innamorato! - disse lei. Alla sua età, con quel cravattino, risucchiato da quel mostro! Non ha un filo di carne sul collo, ha le mani rosse, e ha sei mesi più di me! le testimoniò l'occhio in un lampo. Tuttavia in cuor suo sapeva che era innamorato. Questo sì, pensava, è innamorato. Ma l'indomabile egoismo che in eterno sconfigge gli avversari, il fiume che dice avanti, avanti, avanti, pur ammettendo, per noi non c'è nessun futuro, avanti avanti, quell'indomabile egoismo le tinse le guance, le diede un'aria molto giovane, molto rosea, con occhi molto luminosi mentre sedeva con l'abito sulle ginocchia e l'ago reggeva l'estremità della seta verde, tremando leggermente. Era innamorato! Non di lei. Di una donna più giovane, naturalmente.