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Voicescapes: il paesaggio dentro una voce

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di Renato Rinaldi

con interventi di Corrado Bologna, Franco Farinelli, Enrico Malatesta, Giovanna Marini

in prima assoluta al Mántica 2013, Cesena, 18 ottobre 2013

 

Ho parlato con persone anziane che vivono da sole in luoghi che tutti hanno abbandonato, paesi difficili, scomodi, freddi, in alto dove la natura è avara e il silenzio avvolge tutto. In questi luoghi vivere è rompere il silenzio, un esercizio quotidiano fatto in solitudine, in un tempo dove non c’è mai contemporaneità o sovrapposizione, e tutto si srotola in sequenza. Ma come si rompe il silenzio quando si è soli? Con chi si parla? Che cosa si dice? E soprattutto, si usa la voce? Le voci che abitano questo silenzio sono particolari, sono voci minerali che restano attaccate alle rocce più che alle persone; la loro grana e il timbro sembrano incrostati di paesaggio, il ritmo e le pause invece, con la loro cadenza partecipano alla fissità del tempo e alla vastità dello spazio.

Nella voce di Custode Giordano, ad esempio, c’è la quotidianità totalmente dedicata al suo piccolo gregge di pecore, l'apparente arcaismo, spogliato di qualsiasi retorica, di un paesaggio alpino ormai marginale. Custode fa le pulizie, si fa il caffè, si siede al tavolo e ci guarda in silenzio. Il silenzio ha un ruolo importante nella costruzione e nella persistenza sul piano immaginario di un certo modo di attribuire valore positivo al paesaggio. Ma visto dall’altra parte, da chi in certe aree alpine ancora abita, quella stessa quiete silenziosa cambia senso, si fa opprimente, diventa malessere diffuso. E racconta altre storie.

Come parte del corpo, la voce è attiva tanto quanto lo sguardo è passivo, in attesa di essere impresso dal calco del corpo esterno, in cui al contrario la voce imprime la sua orma. Chi emette un suono sente il suono che si diffonde e nel ciclo costante di percezione e costruzione del paesaggio che è lo stare, la voce partecipa come il più flessibile degli strumenti; la voce si adatta ed è adattata in continuazione. Nella sua grana che, si compone per stratificazioni, la voce, conserva memoria dello scontro con il paesaggio, uscita dalla bocca, batte infatti contro gli elementi circostanti prima di ritornare all’orecchio, allo stesso modo alcune sfumature che si insinuano nel linguaggio dipendono da pratiche territoriali che non possono prescindere dal rapporto con il proprio territorio, e mettersi all’ascolto di una voce è penetrare la sostanza di questa relazione, che si configura come unica; la grana sta alla voce come la voce sta al corpo e il corpo allo spazio. (C. Bologna, Flatus vocis, Il Mulino 2000; J.L.Nancy, All’ascolto, Raffaello Cortina 2004)

L'autore del disegno è Giorgio Vazza 

Credits

a cura di Elisabetta Parisi con Daria Corrias e Lorenzo Pavolini

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