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Il cibo dell'anima

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Di Piero Cannizzaro

 

 "Il cibo dell’anima" avvicina alcune diverse tradizioni religiose attraverso il linguaggio del cibo.

Nonostante si mettano spesso in antagonismo i bisogni corporali con quelli spirituali tra cibo e spiritualità c’è un rapporto molto stretto. Basti pensare al pane e al vino nell’Eucarestia della religione cristiana, all’alimentazione vegetariana di certe religioni orientali, o all’uso del digiuno nel Ramadan. Il cibo come storia e cultura, memoria e gusto, concetto rituale e simbolico, incontro e integrazione, ma anche mezzo per capire meglio l’identità delle diverse culture, lo spaesamento e il disagio nel loro processo di integrazione.


 La prima puntata è dedicata alla religione ebraica, la storia ruota attorno a Donatella Limentani, un’ebrea che vive a Roma e ha dedicato la sua vita a raccogliere le ricette di cucina della tradizione Ebraica. Nel ghetto di Roma, nei ristoranti e non solo, sono state raccolte le voci di ebrei che seguono i numerosi precetti della cultura ebraica, tra sapori e colori dei piatti askhenaziti e sefarditi, tra riti e ricette nate dall’incontro di culture diverse e lunghe diaspore.


 La seconda puntata
 è ambientata a Torino. Tra i protagonisti Abdelaziz, uno degli Imam di questa città, persona aperta al dialogo con le altre comunità e desideroso di creare un rapporto solido con la cultura occidentale, il sociologo Khaled Fouad Allam, la ricercatrice Nesa Elouafi, lo scrittore iraniano Hamid Ziarati, Mohamed che ha aperto con successo una pasticceria di dolci tipici mediorientali proprio nella Piazza di Porta Palazzo.


 La terza puntata 
si svolge come un vero e proprio viaggio. Prima nel territorio valdese della Val Pellice (Torino) con personaggi tipici di questa antica cultura, come un pastore donna o Walter Eynard che della cucina valdese ha fatto il simbolo del suo ristorante Flipot a Torre Pellice, ma anche un produttore di carni e formaggi e una ragazza che raccoglie le erbe tipiche della valle. L’alimentazione tradizionale delle comunità riflette il gusto tipico dei paesi del nord (Inghilterra, Olanda, Francia etc).

Poi c’è una visita nella Comunità di Osho a Miasto, in provincia di Siena, dove si mangia vegetariano. Questa non è un’imposizione di ordine ideologico, ma una scelta che aiuta a raggiungere la leggerezza necessaria alla meditazione. Nei gruppi di crescita spirituale di questa comunità il cibo e tutti quei gesti che accompagnano il rito del “mangiare” spesso vengono usati come pratica di meditazione e di consapevolezza.


 La quarta puntata racconta l’India che si fa Padania: barbe lunghe, turbanti rossi gialli neri e blu, curry e parmigiano, frittelle rosse e pugnali, bracciali e campanili. Nel quadrilatero Verona, Brescia, Parma e Reggio Emilia i Sikh sono almeno 30.000. C’è un grande tempio a Novellara, dove ruota la nostra storia, il cui protagonista è Jot, un giovane Sikh di circa 21 anni che insieme al padre e alla madre ci conducono dentro un mondo fatto di canti, cucine gratuite, preghiere. Una giovane religione nata nel 1500 nel Panjab (India del nord) ad opera di Guru Nanak, dove l’affermazione dell’uguaglianza di tutti uomini e il superamento del sistema delle caste sono tra i principali principi. Poi c’è una breve incursione nell’Istituto Lama Tzong Khapa di Pomaia (Pisa) uno dei più importanti monasteri buddisti Occidentali dove diverse volte ha anche risieduto il Dalai Lama. Qui alcuni monaci e i due maestri spirituali del centro raccontano del loro rapporto con il cibo, ponendo l’attenzione sia al rispetto dell’ambiente che a quello per tutti gli esseri viventi, ma anche a come l’alimentazione possa diventare pratica quotidiana di meditazione. Parte del cibo vegetariano consumato nel monastero viene coltivato all’interno dell’istituto seguendo sia i metodi tradizionali legati ad antiche usanze tibetane, sia quelli più avanzati della biodinamica.


 La quinta puntata 
è ambientata tra le colline nella provincia di Macerata, in un convento di clausura delle monache benedettine. In questo monastero le monache producono tutto ciò di cui hanno bisogno, dal frumento all’olio, dagli insaccati agli ortaggi, dalla frutta alle uova, ma non solo. Le benedettine di Monte San Martino che seguono la Regola di S. Benedetto “Ora et labora” si adoperano anche in molte altre occupazioni, dalla pittura, ai ricami degli arredi sacri, attività che vengono scandite dalle pratiche spirituali delle preghiere, dei canti, e dei vespri. Il pranzo è per le monache una liturgia, un rendere “lode al Signore” perché la preghiera e il cibo sono due “strumenti” che consentono loro di star bene e di trasmettere un messaggio positivo, secondo il dettame di S Teresa d’Avila “quando il corpo sta bene l’anima canta”.

Credits

a cura di Elisabetta Parisi con Daria Corrias e Lorenzo Pavolini

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