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La lingua alla radio ai tempi della rete
Speciale della Treccani

di Giuseppe Antonelli


Riprendendo una tradizione radiofonica di vecchia data (ben ricostruita in questo Speciale da Giuseppe Sergio nel suo contributo), dal gennaio di quest'anno Radio 3 dedica alla lingua italiana una nuova trasmissione settimanale: La lingua batte. Il programma è una sorta di osservatorio sullo stato e sull’evoluzione della lingua italiana nei suoi vari aspetti: l’italiano della comunicazione e l’e-taliano digitale, l’italiano che si sente per strada e quello che s’insegna (agli italiani e agli stranieri), il lessico e la grammatica, i linguaggi tecnici e i dialetti. Il tutto con il contributo di clip audio, di brani musicali, di materiali d’archivio, di interviste e con un tono che vorrebbe essere sempre colloquiale, affabile: ironico piuttosto che serioso.


Parole che il nostro tempo non parla
Già mezzo secolo fa Dino Provenzal, nel suo Curiosità e capricci della lingua italiana (1961), scriveva: «la Rai non è la Crusca che guarda ai classici e al passato e neppure la defunta Accademia d’Italia che voleva dettar legge per l’avvenire: essa segue l’uso corrente». E ancora prima, nelle sue celebri Norme per la redazione di un testo radiofonico (1953), Carlo Emilio Gadda aveva consigliato di «evitare le parole desuete, i modi nuovi o sconosciuti, e in genere un lessico e una semantica arbitraria, tutti quei vocaboli o quelle forme del dire che non risultino prontamente e sicuramente afferrabili». Nondimeno, è anche giusto che una trasmissione sulla lingua possa concedersi il lusso di non appiattirsi sulla semplificazione banalizzante e stereotipata dominante oggi nei mezzi di comunicazione di massa. In tempi di generale livellamento verso il basso, «si può provare a costruire delle forme di resistenza alla riduzione e alla semplificazione del linguaggio radiofonico ... pensate che bello sarebbe se ascoltando la radio noi conoscessimo parole nuove o almeno parole che il nostro tempo non parla» (così Marino Sinibaldi, in un'intervista a Rai filosofia).
 

Verba manent e scripta volant
Chi voglia farsi un'idea di quello che insieme alla curatrice Cristina Faloci e al regista Manuel De Lucia stiamo cercando di fare in questo programma, può dare un'occhiata alla pagina web della trasmissione o al relativo gruppo Facebook. Nella prima troverà - e in caso potrà ascoltare dove, quando e quanto vorrà - tutte le puntate andate in onda finora; nel secondo potrà commentarle insieme agli altri ascoltatori, potrà porre quesiti o proporre nuovi argomenti di discussione, potrà contribuire creativamente alla puntata della settimana successiva. Credo che già questo basti a misurare la distanza con la radio di una volta, con la radio com'era fino a quindici-vent'anni fa. Innanzi tutto verba manent: le parole dell'etere non sono più fugacemente eteree, ma anzi - una volta prese nella rete - eterne o quasi, disponibili per chissà quanto al riascolto (errori compresi: se ascoltate la prima puntata, non fatemi notare anche voi, per piacere, che humani nihil a me alienum puto l'ha scritto Terenzio e non Cicerone; lo so, è stato un lapsus, d'altronde errare humanum est ...). Per contro, scripta volant: chiunque può, in un attimo, consultare in rete una voce d'enciclopedia, un sito, un saggio e usarlo per verificare, opinare, controbattere ciò che la radio in quel momento sta dicendo (o ciò che un altro ascoltatore afferma in una discussione in rete: di qui le interminabili disfide a suon di Crusca e di Treccani, di dizionari e pubblicazioni on line che occupano pagine e pagine del nostro gruppo Facebook).   
 
Parole riflettenti
Il risultato è che, molto più di un tempo, l'ascoltatore tende a mettere in discussione da un lato l'auctoritas di chi parla alla radio, anche quando questi sia - com'è il caso dei nostri ospiti - la persona più autorevole e titolata a parlare di quell'argomento; dall'altro l'autorialità stessa di chi realizza il programma, che non può non tener conto degli stimoli inviati continuamente - prima, durante e dopo ogni puntata - dagli ascoltatori. In questo senso, La lingua batte è un po' come quei romanzi d'appendice la cui trama poteva essere modificata in qualunque momento dalle lettere giunte in redazione (solo che nel nostro caso i personaggi sono fenomeni linguistici: invece di Misery non deve morire, a noi scrivono "A me mi" deve sparire).
È chiaro come, in questo quadro, sia quasi inimmaginabile una trasmissione divulgativa che pretenda di insegnare l'italiano. Il verbo più adatto, in questo contesto, è forse riflettere. Riflettere - anche attraverso l'ascolto - la pluralità di lingue e linguaggi che convergono nell'italiano e divergono nelle diverse varietà d'uso (e dunque scegliere per ogni puntata un tema diverso - dal dialetto all'anglicismo, dalla canzone alla Costituzione - declinandolo variamente: dal comico al musicale, dal didattico all'emotivo). Riflettere sui meccanismi della lingua, sradicando tic scolastici e regole nate per sentito dire, problematizzando la norma proprio mostrandone la frizione con l'uso. Riflettere sulla lingua come fenomeno non solo grammaticale, ma anche e soprattutto sociale: parlare dell'italiano per raccontare come cambiano l'Italia e gli italiani.
 
Le parole sono importanti
A questo scopo sono state pensate le varie rubriche che compongono il programma: sia quelle più legate all'attualità (come l'apertura o la parola della settimana) sia quelle interattive (l'Accademia d'arte grammatica, il Museo degli errori) sia quelle monografiche (come la canzone del repertorio regionale, o come Scuolapop, in cui si analizzano i testi delle canzoni, cercando di far emergere caratteristiche che spesso sfuggono all'ascolto, anche - soprattutto? - se quei testi li sappiamo a memoria).
Non è mai troppo presto, insomma per rendersi conto che la lingua non è uno strumento neutro né un materiale inerte, ma è ciò che dà forma alle nostre idee e forza al nostro modo di agire. Ragion per cui, da un punto di vista soggettivo «chi parla male, pensa male e vive male», come diceva Nanni Moretti; ma da un punto di vista sociale, «la fortuna di un popolo dipende dallo stato della sua grammatica» e, come scriveva Fernando Pessoa, «non esiste grande nazione senza proprietà di linguaggio».
 
Giuseppe Antonelli insegna Linguistica italiana all'Università di Cassino. Collabora al mensile «L'Indice dei libri del mese» e all'inserto domenicale del «Sole 24 ore»; è autore e conduttore della trasmissione radiofonica La lingua batte (Radio 3). Tra i suoi ultimi volumi: Lingua ipermedia. La parola di scrittore oggi in Italia (Manni, 2006), L'italiano nella società della comunicazione (Il Mulino, 2007) e Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato (Il Mulino, 2010).

Credits

un programma condotto da Giuseppe Antonelli
a cura di Cristina Faloci
in regia e redazione Manuel de Lucia

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Le Olimpiadi di Italiano
Una collaborazione con MIUR

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