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Norme dannose (e anche inutili)

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di Luigi Ferrarella

Non devono preoccupare le nuove balzane fumisterie prodotte dai piccoli chimici delle normative ad personam, immemori di tutte le altre volte in cui l'esperimento gli è esploso in mano sotto forma di clamorose incostituzionalità dichiarate dalla Consulta. Ma la pretesa sottostante sì: e cioè l'idea che debba essere qualcuno diverso dal giornalista a decidere cosa (benché non più coperto da segreto) sia necessario pubblicare e cosa no.

Per l'ennesima volta in tre anni, tocca occuparsene di nuovo. E sul serio, a sprezzo del ridicolo che dovrebbe sommergere chi di giorno tuona a sproposito contro «la violazione di segreti» immaginari (perché la maggior parte delle volte non più esistenti in base al codice su atti depositati alle parti); ma di sera non disdegna di ricevere direttamente a casa sua, da un infedele ausiliario di Procura, le intercettazioni veramente segrete (perché non ancora depositate e nemmeno trascritte) del suo avversario politico, subito pubblicate per coincidenza da uno degli organi di informazione posseduti; e passa le notti a parlare su telefonini panamensi consigliatigli come non intercettabili da un faccendiere ora datosi alla latitanza. Il discorso potrebbe finire qui. Ma si sbaglierebbe.

Se contano relativamente poco gli astrusi e impraticabili specifici giri di vite che si autoannienteranno nella (in)applicabilità pratica di un delirio di sfasature temporali e nel corto circuito tra stralcio-riassunto-contenuto, a pesare davvero resta invece l'idea che li permea, e che nutre anche la minaccia del carcere da 6 mesi a 3 anni per i giornalisti che pubblichino intercettazioni dichiarate dal giudice irrilevanti ai fini della pubblicazione, benché magari già utilizzate 45 giorni prima nel motivare l'arresto di una persona. L'idea, cioè, che - oltre ai limiti già oggi posti dalle norme che puniscono la diffamazione e tutelano la privacy - debba essere qualcun altro diverso dal giornalista a decidere cosa (benché non più segreto) sia necessario pubblicare e cosa superfluo, cosa sia pertinente e cosa irrilevante.

Alla causa del diritto dei cittadini di essere informati non giova certo la scarsa consapevolezza professionale di chi magari prima pubblica gli sms amorosi di una coppia famosa e poi ai convegni spiega che è successo perché le intercettazioni erano tante, il tempo poco, e la colpa dell'inquirente che li ha lasciati agli atti: bizzarra concezione del mestiere, che non rende ragione del perché allora nelle redazioni debbano lavorare i giornalisti e non gli astronauti o i panettieri, entrambi perfettamente in grado di riversare in pagina atti giudiziari senza distinguere, elaborare, contestualizzare, selezionare e spiegare ai lettori.

Ma che la scelta di cosa pubblicare debba appartenere solo ai giornalisti - sempre a patto che le notizie siano vere, non più coperte da segreto istruttorio, ed esposte in forma corretta e rispettosa delle persone - per fortuna non lo sostengono solo i rigurgiti corporativi di categoria, ma anche e soprattutto le sentenze con le quali sempre più spesso la Corte europea dei diritti dell'uomo condanna gli Stati che violano l'articolo 10 della Convenzione in materia di libertà d'espressione. Come quando Strasburgo, nel censurare la Finlandia, rimarca che valutare se sia il caso di pubblicare una notizia (in quel caso una foto) non compete ai tribunali nazionali, ma al giornalista; o come quando condanna la Grecia non solo per la previsione del carcere per i giornalisti, ma anche per il ribaltamento sul giornalista dell'onere della prova dell'interesse a diffondere una determinata informazione.

sito del Corriere della Sera

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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La Nuova Ecologia - il mensile di Legambiente di luglio-agosto 2015




Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
vivere meglio e sprecare meno. Sorella resilienza. Così possiamo cogliere la sfida del cambiamento e salvaguardare la casa comune dell'umanità. All'interno un'intervista a James Lovelock. 


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