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Se il dio pallone resta a casa: campionato chiuso per sciopero

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di Daniele Zaccaria

«Vedrete che alla fine giocheranno è tutta una pantomima», il buon senso del bar dello sport, la vocina interiore del tifoso ma anche i commenti più smagati degli addetti ai lavori, suggerivano un finale all’italiana, a tarallucci e vino con il classico accordicchio finale e rinvio del problema alle calende greche. Anche i bookmaker inglesi pagavano tre volte la quota per la sospensione dei campionati di calcio e vuoi mai che si sbaglino gli infallibili bokmaker inglesi?
E invece si sono sbagliati, non era affatto una pantomima: domani e dopodomani non si gioca, stadi vuoti, prati intonsi, fili d’erba vellicati dal vento e pay tv in lutto. Per la prima volta nella sua storia la Serie A rimane al palo per uno sciopero dei calciatori; la rottura tra il sindacato (Aic) e la Lega dei club è per il momento insanabile e come rilancia il presidente dell’Aic Damiano Tommasi: «Se la situazione non si sblocca andiamo avanti a oltranza». Senza addentrarci nei particolari è bene mettere in chiaro una cosa: i diritti sono diritti, indipendentemente dagli stipendi percepiti dai lavoratori che peraltro nelle categorie minori sono infinitamente più bassi rispetto a quelli della luccicante Serie A. La demagogia sui «miliardari viziati» è solo un espediente di bassa lega (è il caso di dirlo), anche perché la vertenza non riguarda i compensi ma il pari trattamento dei giocatori di una singola squadra. I responsabili principali dello strappo sono semmai i presidenti, i quali non vogliono pagare il contributo di solidarietà previsto dalla manovra di Tremonti, cercando di scaricare l’intero onere sui loro tesserati in una cavillosa controversia su stipendi lordi e netti. Se e quando gli stipendi sono pagati al netto, è giusto che siano le società a sobbarcarsi il contributo, altrimenti devono farlo i calciatori, come stabiliscono le leggi.
Evidentemente i padroni dei club si sentono abbastanza forti per incassare questo sciopero e ridefinire, pro domo loro, nuovi rapporti di forza con i loro dipendenti, svincolarsi dallo “statalismo” della Federazione e trasformare definitivamente lo sport più amato nel loro giocattolo di lusso. Dopo i regali ricevuti nell’ultimo decennio dal Palazzo che con i vari sgravi fiscali e i decreti spalma-debiti ha salvato dalla bancarotta fraudolenta decine di società (solo le più prestigiose però), i padroni del pallone vogliono varcare un’ulteriore soglia, magari sfruttando la diffidenza e la rabbia che suscitano quei calciatori belli, ricchi e famosi in un paese scosso dalla crisi economica che vive questa vicenda come un grottesco e insultante gioco delle parti.
Con l’aria che tira anche altrove, la querelle sul contratto collettivo dei calciatori diventa però quasi una rappresentazione di prima classe dell’attacco più generalizzato agli antichi vincoli del lavoro e alle sue regole. Ora, grazie alla sosta per la nazionale, ci sono due settimane di tempo per trovare un accordo tra le parti e alla fine il compromesso verrà raggiunto; ma il dado è tratto, il tabù è stato infranto e neanche gli interessi miliardari legati ai diritti televisivi e i melensi appelli di Sky e Mediaset a «non tradire» il popolo della palla rotonda sono riusciti a impedire la rottura.
Se si ferma anche il dio pallone, l’unica religione civile condivisa dagli italiani (maschi), vuol dire che stiamo vivendo davvero uno strano passaggio di società. La litigiosità, il corporativismo, la malafede, la perdita delle inibizioni e delle mediazioni, il teatrino da basso impero della politica travolgono anche il mondo dorato del calcio, un ambiente fin qui rimasto ancorato alla prima repubblica, con i suoi rituali paludati e codificati, la sua corruzione diffusa, i suoi scandali a cielo aperto e a porte chiuse, ma sostanzialmente immune agli strappi e alle dissoluzioni della politica 2.0. Non stupisce che sia proprio la politica a reagire in modo più scomposto alla notizia dello stop. Come se nella controversia tra Lega e calciatori la casta vedesse l’immagine distorta dei propri vizi e dei propri egoismi.
«Lo sciopero più anomalo della storia italiana» commentava ieri smarrito il sottosegretario allo sport Rocco Crimi subito dopo l’annuncio di Tommasi. Con il passare delle ore i toni si sono alzati in un coro di dichiarazioni bipartisan, dal Pdl, alal Lega, passando per il Pd. La palma d’oro spetta però all’elegante sottolineatura del ministro della Difesa Ignazio La Russa il quale, sentendo l’odore del sangue, prova a strumentalizzare un po’ la situazione: «E’ giusto scandalizzarsi per lo sciopero dei calciatori, ma è molto più scandaloso lo sciopero della Cgil». Per quanto odioso, lo schema è semplice: associare i milioni di lavoratori che il 6 settembre incroceranno le braccia con i “capricci” degli strapagati professionisti dela pallone allo scopo di dimostrare che sono dei privilegiati che si battono solo per difendere le proprie prebende.

sito di Liberazione

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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