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L'ingiustizia dopo la violenza

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Dopo tre mesi e mezzo di detenzione va agli arresti domiciliari, perché cade l'accusa di tentato omicidio, quell'essere inqualificabile (uno, tre... non si è capito) che ha selvaggiamente violentato, percosso, e quasi ammazzato una ragazza di 20 anni fuori da una
discoteca vicino L'Aquila. Sono indignata, disgustata nel constatare che non cambia mai nulla, che di fronte a chi dichiara l'accondiscendenza della vittima, c'è sempre un altro che gli crede, la storia è piena di casi come questo, e non importa se l'ospedale dichiara di aver ricucito lesioni esterne e interne inferte con una spranga di ferro, con dettagli raccapriccianti che non si possono raccontare, per buongusto, per pudore, per rispetto. Non importa constatare la quasi morte per assideramento della vittima perché abbandonata nuda, sanguinante, priva di sensi, sulla strada, come neanche un cane meriterebbe, trovata per caso e salvata da un ragazzo della discoteca (o dal proprietario... non è chiaro) mentre rientrava a casa.
Non importano le ferite sul corpo, né tantomeno, figuriamoci, quelle inferte nell'anima, che segneranno per sempre la sua vita, non importa... è una donna e le donne si sa provocano, istigano, portano jeans troppo stretti, gonne troppo corte, tacchi troppo alti, e non possono permettersi di dire di no, di avere sul più bello un semplice ripensamento, quando la bestia si sveglia, non ci si tira più indietro, si ha il dovere di soddisfarla, altrimenti si rischia che l'uomo, che come si sa è cacciatore, si trovi nella condizione di non riuscire più a controllare la sua furia, furia che avrebbe saputo dominare se quella "figlia di Satana" non lo avesse provocato.

La decisione presa dal giudice avvalora l’antica idea che la donna debba pagare per aver scatenato nell'uomo un istinto primordiale che la civiltà, l'educazione con molta fatica ha cercato di modificare, facendo di lui, di fatto, la vittima e non il carnefice. Mi sembra già di sentire l'ennesimo vicino, parente, amico o amica (ahimè), che testimonierà di averlo sempre considerato un bravo ragazzo... un ragazzo "normale" (sono sempre "normali" questi mostri), o di sentire l'ennesimo avvocato che si appellerà all'ennesimo giudice (maschio) di turno, pregandolo di non essere troppo severo, scongiurando una condanna eccessiva che potrebbe rovinare per sempre un giovane così "normale", per quello che si può definire un errore, una ragazzata. (Quante volte l'abbiamo sentito!)

Siamo nel 2012 e stiamo ancora a questo punto... che immensa tristezza!!!!!!!!! Voglio manifestare tutta la mia solidarietà a questa ennesima sorella sfortunata, abbandonata per l'ennesima volta da una giustizia ingiusta.

di Fiorella Mannoia - "Il Fatto Quotidiano" del 14 giugno 2012 -

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
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