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Precari - Assegnista di Siena

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Buongiorno,
sono assegnista all'Università di Siena e ascoltatore osservante di Radio 3.
Vi invio il mio intervento ad una conferenza dell'onorevole Di Pietro a Siena, sul tema dell'Università, alla quale ero stato invitato in qualità di rappresentante del personale di ricerca non-strutturato.
Abbastanza provocatorio (ritengo il tempo determinato sia "la salvezza" dell'Università).
Spero possa essere un contributo interessante per la vostra trasmissione
Franco Ruzzenenti

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Franco Ruzzenenti
Center for the Study of Complex Systems
University of Siena, Italy

Mi chiamo Franco Ruzzenenti, ho 36 e sono per l'anagrafe italiana un uomo maturo, mentre per l'Università Italiana rientro nella vasta e amorfa categoria dei giovani. Sono assegnista di ricerca, che sarebbe nel gradiente dell'incertezza, che si applica alla categoria di cui sopra, qualcosa di più di un Co.Co.Pro e qualcosa di meno di un Ricercatore a Tempo Determinato. Diciamo che sono quello che comunemente viene chiamato un ricercatore precario. Anche se il termine “precario” a me personalmente non piace -per inciso, io sto parlando a titolo personale e non come rappresentante della categoria. Non mi piace perchè l'antonimo di precario è fisso e allude all'idea, secondo me vetusta, che l'Università debba produrre solo posti fissi.

Sarebbe a dire che io non credo che il progresso dell'Università consista nel far rientrare nella sfera paradisiaca del contratto a tempo indeterminato tutti quelli che,  a vario titolo e in varia forma vi lavorano, sebbene certo questo consisterebbe i una progressione dei singoli, a cominciare dal sottoscritto.

Quello che io personalmente desidero e che l'Università di domani, pur avvalendosi di forme contrattuali a tempo determinato, finalmente ne codifichi la forma, ne adegui la retribuzione e ne sancisca i diritti. Sarebbe a dire che io auspico per i ricercatori del futuro è certezza, non già del posto, ma dei tempi, delle retribuzioni, dei diritti, dei criteri di selezione e di quelli di valutazione.

Nell'Università di ieri invece la vasta categoria dei non strutturati (termine temibilissimo con cui gli strutturati -quindi sindacalizzati, definiscono la massa degli altri, così come i proletari di una volta chiamavano i sottoproletari quelli non contrattualizzati), non avevano quasi alcuno titolo. Erano per lo più, individualmente, espressioni o propaggini del docente di riferimento. Anzi, forse l'unico titolo veramente attribuibiler era quello di appartenenza ad un docente. Io sono del mio professore e, dunque, senza il mio professore non sono (cosa per altro incomprensibile all'estero dove un ricercatore, per quanto precario, non appartiene ad un docente, mai).

Va detto che, se non altro, il DDL Gelmini, pur non avendo ancora dissipato l'incertezza, soprattutto per quel che riguarda l'incognita che riguarda il periodo di transizione e la questione aperta dei decreti attuativi, ha fatto emergere l'universo sommerso del tempo determinato.  Tant'è vero che dopo aver parlato di  ricercatori a tempo indeterminato -a livello nazionale, e di tecnici e amministrativi -a livello locale, si è cominciato finalmente anche a parlare di noi.

Quando così anche qui le alte sfere si sono ricordate della nostra presenza, ci hanno convocato, in verità in una forma abbastanza promiscua, che era quella di una assemblea aperta a tutti “i precari” dell'Università di Siena -cioè ricercatori e docenti a contratto, chiamati a raccolta dal nuovo Rettore.

Perdonatemi se ora, dal quadro nazionale, passerò velocemente a quello locale: ma per noi questi due piani si intrecciano letalmente poiché, malauguratamente, ci siamo trovati nel mezzo dia una riforma nazionale -incerta, e nel mezzo di una crisi finanziaria dell'Ateneo, ancora più incerta: una tenaglia, insomma.

Nella sede di questa assemblea, dicevo, il nuovo Rettore, emblema del nuovo poiché diverso dal vecchio, ci ha illustrato il suo piano di risanamento “Università di Siena 2015”. Mentre lo faceva, oltre che registrare con amarezza il fatto che in tale piano, in nessun punto, nemmeno in appendice, compariva una voce che poteva in qualche modo, anche vago, essere ricondotta a noi, ricercatori a tempo determinato o assegnisti, cominciava a crescere in me quel senso di estraniazione -anzi, alienazione, che già altre volte avevo sentito colpirmi ascoltando i discorsi della strirpe degli strutturati. Tengo a precisare che questo senso di alienazione non dipendeva solo dal fatto che il piano del nuovo Rettore, certo diverso dal piano del vecchio Rettore, non ci contemplava, come non ci contemplava quello del vecchio Rettore, ma dipendeva soprattutto dal fatto che l'orizzonte temporale prospettato da questo Piano era per me semplicemente siderale. Il mio problema, come molti di quelli presenti, era di come sfangare il 2011, piuttosto di come arrivare al 2015.

Tale distonia poi, era ulteriore acuita dal fatto che il Piano del Rettore era zeppo di riferimenti, allusioni e preoccupazioni di carattere prettamente locale: MPS, vendita di Pontignano -sontuosa residenza estiva di Rettori e accoliti, Siena Biotech. Ecc. Allora, ascoltandolo, si acuiva in me questo senso di alienazione: comprendevo che non solo l'orizzonte temporale differiva, ma anche quello spaziale. Io, come molti dei presenti, siamo abituati a confrontarci con le Università del mondo, a differenza di parte della classe docente e della totalità di quella amministrativa che è invece immersa in un microcosmo locale, politico e finanziario. Per molti di loro l'Università è una delle istituzioni locali, come il Monte, la Mens Sana e il Palio e sono tutt'ora più preoccupati dal fatto che venga alienato il patrimonio edilizio piuttosto che venga falcidiata una generazione di ricercatori. 

Mi accorgevo che questo è il fulcro della inconciliabilità tra strutturati e non-strutturati: la divergenza tra un orizzonte temporale infinito ed uno finito -anzi, finitesimo, e quella tra un orizzonte spaziale locale ed uno internazionale.

Come conciliare questi due universi? Innanzitutto procedendo urgentemente  ad implementare i decreti attuativi necessari, nel senso di valorizzare la ricerca scientifica, premiando la produttività e di limitare al massimo l'arbitrio della classe docente. Ma anche provvedendo localmente, con ancora più urgenza, a garantire la transizione dal vecchio regime al nuovo per tutti quei ricercatori a tempo determinato che si sono ritrovati in mezzo al guado. Guado ancora più burrascoso per la situazione finanziaria di molti atenei.

Concludo elencando alcuni punti programmatici, a breve termine e a media termine, che secondo me vanno in questa direzione.

A breve:

        Rendere al più presto attuative le nuove norme sugli assegni (livelli di retribuzione, regolamenti, ecc.).

        Rimuovere ogni vincolo di età sulle posizioni e sui contratti e sul rinnovo degli assegni (per il periodo transitorio)

        Stabilire un termine transitorio che permetta il rinnovo delle borse

        Eliminare il vincolo del FFO sui contratti di Ricercatore a Tempo Determinato

A medio:

        Introdurre una rappresentanza dei ricercatori e tempo determinato negli organi di ateneo

        Promuovere l'indipendenza dei ricercatori dai docenti, tramite l'introduzione di criteri di produttività per la destinazione dei fondi.

        Sebbene la transizione dai concorsi alla chiamata diretta come forma di selezione sia positiva, questa deve essere accompagnata dall'introduzione di rigidi criteri meritocratici per la destinazione dei fondi

        In tal senso vanno indicati i Dipartimenti come unico canale di destinazione dei fondi pubblici per la ricerca, per poter così costruire i presupposti di un feed-back prositivo tra produttività e fondi (e limitare l'arbitrio dei docenti)

Avrete notato che nei punti non ho messo: più fondi alla ricerca. Un po' perchè ritengo scontato che sulla ricerca sia giusto investire, un po' perchè ritengo anche scontato che i fondi destinati alla ricerca vengano effettivamente spesi in ricerca (cosa che nell'Università di oggi scontata non è). E poi vorrei dire che sono stufo di essere trattato come un questuante: la situazione di oggi è talmente confusa che se anche io fossi capace di attrarre fondi esteri, io oggi non saprei come spenderli. E con amarezza constato che in Italia, gli unici fondi esteri che riescono ad entrare, sono quelli finanziari provenienti da paradisi fiscali.



Credits

A cura di Loredana Rotundo
Regia di Diego Marras

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