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Lettere 26 gennaio - 1 febbraio

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Gentile Gabriella Caramore,
seguo spesso con interesse la sua trasmissione ‘Uomini e Profeti’ che parla della Bibbia, dei profeti ma anche di umanità, diritti umani e diritto internazionale.
Oggi l’argomento della trasmissione era il Tribunale Permanente dei Popoli, nato in seguito al Tribunale Russel, per volontà di Lelio Basso, e mi ha colpito il fatto che tra i popoli citati in cui non sono rispettati i diritti umani non è stata menzionata, non so se volontariamente o per casualità, la Palestina. Seguo da anni attraverso diversi siti, come Occupied Palestine, Frammenti di voce in Medio Oriente, Bocche scucite, quanto accade in Israele-Palestina e posso scrivere, senza timore di smentite, che il popolo palestinese è sottoposto ad una crudele occupazione e privato dei più elementari diritti umani da parte dei governi israeliani, con la complicità dei governi occidentali. Perché c’è tanto timore da parte dei mezzi d’informazione, sia cartacea che televisiva, a parlare dell’ingiustizia e dei crimini israeliani ? E’ forse il timore dell’accusa di anti-semitismo, di cui si avvale come uno scudo lo Stato d’Israele ? Domani in Israele ed in tutto il mondo ci sarà la Giornata della Memoria, per ricordare il genocidio degli Ebrei e Rom attuato dai nazifascisti, ed anche le stragi di gay, comunisti, testimoni di Geova, handicappati, nei campi con le camere a gas, ma la Giornata della Memoria  ha anche la funzione storica ed etica di impedire che quelle efferatezze si ripetano e che siano rispettati i diritti umani e quelli dei popoli. Ed allora com’è possibile onorare in Israele tutti quei morti, tutte quelle vittime, senza trarne alcun insegnamento, senza vedere che i perseguitati di un tempo sono gli oppressori di oggi e che oggi c’è una diaspora palestinese di 7 milioni ? Il Tribunale Russel oggi condanna l’occupazione israeliana, che nega ai Palestinesi uno Stato unico israelo-palestinese  con uguali diritti ma anche uno Stato palestinese, perché il governo Netanyahu mentre parla di pace continua a sottrarre territori con nuovi insediamenti,    e cosa direbbero oggi, dinnanzi all’attuale situazione, Lelio Basso, Primo Levi o Hannah Arendt ?
Cordiali saluti
Ireo Bono
Savona
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Desidero ringraziarvi per il programma, scoperto da me da poco tempo, su internet.
Riascolto le puntate sull'Antico Testamento e rimango estasiata, di scoprire cose nuove, fresche, accattivanti che non avevo scoperto leggendo la Bibbia da sola.  Trovo in particolare Padre  Louis Ska bravissimo, specialmente negli spunti di riflessione che offre anche per il cristiano oggi  nella vita quotidiana e per l'approccio  all'Antico Testamento e del Nuovo Testamento.
Grazie di nuovo per la professionalità e la serietà.
Buon proseguimento e Buon Lavoro
Cordiali Saluti
Angela Struzzi
Piacenza
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Gentile redazione,
una volta di più indulgo al piacere di portare (o credere di portare) un granellino di sabbia alla costruzione comune; senza (naturalmente, ripeto) la minima pretesa di risposta da chi già mi stupisce infinitamente per quanto riesce a fare nel trovare collaboratori eccezionali.  
Questa volta il collaboratore eccezionale, per la solita chiarezza e puntualità del suo pensiero, è Paolo Ricca nella sua recente espressione: la ricchezza "si impadronisce dell'uomo".  
E il mio granellino è una scritta che un genovese, "nuovo ricco" della prima guerra mondiale, ha fatto scrivere sopra la sua villa:  
Pecunia si uti scis ancilla est; si nescis, domina.  
Cordialmente  
Luca Erizzo
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Gentile redazione,
dalla recente lettura sul fico sterile mi sorgono le seguenti osservazioni ed interpretazioni.
A mio avviso nell'interpretare il brano bisogna tener conto che nell'arco dell'anno, il fico ha più produzioni, di regola due produzioni, una primaverile ed una alla fine dell'estate e all'inizio dell'autunno. La prima segue immediatamente la messa delle nuove foglie; viene prodotto un fico dalla gemma apicale dei singoli rametti, sono i così detti fichi fiori e quindi per Pasqua era lecito aspettarseli. Essendo più scarsi sono una primizia e preziosi. Quindi Gesù cercava legittimamente una primizia. La stagione dei fichi in abbondanza è, come detto, la fine dell'estate - settembre, ottobre quando alla base del picciolo di ogni foglia nasce e matura un fico. Il fico è una pianta che produce sempre senza soffrire le gelate durante le fioriture come altri alberi da frutto, senza bisogno di essere innestata e senza soffrire significativamente di parassiti. Soffre poco anche la siccità perché le sue radici si estendono per cercare l'acqua e sono così penetranti che si dicono spaccano le pareti dei pozzi e penetrano nelle fondazioni delle case sino a danneggiarle, tanto che si sconsiglia di piantarlo troppo vicino alle case, se si è in zone aride, anche se è comodo averlo vicino per raccoglierne i frutti via via che sono maturi e perché sono migliori se colti e mangiati (non maturano quando colti) si ricordi l'episodio di Catone il censore per sostenere la pericolosità di Cartagine, anche se sono buoni e nutrienti essiccati, essiccazione che in certi climi può avvenire direttamente sull'albero.
Ovviamente, prima della Pasqua non era la stagione dei fichi, nel senso di quella del grande raccolto tardo estivo-autunnale, ma guardando alla base delle foglie si vedono come piccoli bottoni i frutti che via via cresceranno e matureranno. Quindi la fertilità del fico, quando vi sono le foglie, è ben evidente anche lontano dalla raccolta. Se ne fosse privo, caso raro, sarebbe sterile. Nella coltura familiare è una pianta che non chiede cure particolari e si presta alla raccolta anche senza nulla fare è quindi un albero "sabbatico" che offre una produzione ricca come semplice dono naturale (nello spirito del tempo "divino"). Un fico sterile nega la sua natura e il suo ruolo generoso. Questo "rifiuto" a compiere il proprio servizio sulle primizie e sul grande raccolto, a mio avviso gli merita la maledizione mortifera, secondo il principio che si devono valorizzare le capacità ricevute (i talenti).
Nell'episodio del contadino solerte che per riportare il fico del suo padrone alla fertilità, si ripropone di curarlo come una pianta più esigente, mi pare ci sia l'indicazione della generosità del servo che offre ciò che ha, il lavoro, lavoro che può essere liberamente offerto anche nel sabato, se è per l'uomo.
Cordiale saluti,
Jacopo Di Cocco
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Gent.ma Gabriella Caramore,
la considero, ormai da tempo, ideale compagna, insieme ai graditi ospiti delle varie puntate, dei sabati e delle domeniche. Amo riascoltare le puntate che piu' mi hanno appassionato o che hanno fatto sorgere in me altri dubbi, altri interrogativi sul difficile cammino della spiritualita' e del rapporto con Dio.
Tante e tante volte, ascoltando gli ospiti, le riflessioni e i tentativi di dare risposta al mistero dell'esistenza, ho trovato conforto e sostegno nell'affrontare la mia attivita' quotidiana di dirigente scolastico di un istituto comprensivo di 1230 alunni: oggi, e', forse, uno dei piu' delicati "mestieri", un servizio da rendere in favore delle famiglie, dei bambini e degli adolescenti, ma anche dei piu' deboli: i piccoli stranieri, i diversamente abili, i disagiati, i bambini agiati, ma poco ascoltati e, via via i docenti delusi, ma anche quelli combattivi, i genitori disorientati, le famiglie disgregate, ma anche quelle unite... insomma, uno spaccato della societa' attuale, in cui bisogna avere la forza di organizzare un sistema complesso, ma, nello stesso tempo, non abbandonare il ruolo di educatore........................................................................................................................................................
Auguro buon lavoro a voi tutti e ancora grazie.
Mariella Dentamaro
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Buongiorno,
tanto tempo fa ho fatto una tesi di storia dell'arte sulla simbologia dell'asino nella pittura (veneta, tra 1450 e il 1550) e ricordo che anche le funi cui l'asina era stata legata hanno, per i Padri della Chiesa, mi pare Ugo da S. Vittore, un significato simbolico a specificare: "io, il Messia pacifico cavalcherò un'asina, antica cavalcatura dei Giudici d'Israele, ma essa deve prima essere "slegata"  dalle funi dell'antica legge mosaica".
Un cordiale saluto, con grande stima,
Rossella Faraglia
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Cara Redazione,
ogni tanto si verificano strane coincidenze tra le cose di cui parlate in trasmissione e quelle che mi capitano nel quotidiano. Non è la prima volta, ma oggi vorrei proprio condividerla. Due giorni fa abbiamo avuto la riunione annuale di condominio, durante la quale si è discusso del taglio di un vecchio cedro atlantico che cresce nel nostro giardino. Uno specialista delle piante ne ha esaminato tutti gli alberi, ha espresso la necessità di potare e cimare in misura maggiore o minore questo o quell’albero, ma per l’albero più alto il suo consiglio è stato quello di abbatterlo. Si tratta di un esemplare che fu piantato oltre sessant’anni fa, quando fu costruito il nostro condominio. Negli anni ha superato i trenta metri e sono proprio le sue magnifiche dimensioni che hanno posto in questione l’opportunità di continuare a mantenere un albero così alto con tutti i rischi che ciò comporta in caso di tempeste, trombe d’aria o nevicate che in Friuli non sono affatto rare. Secondo il perito nel caso specifico limitarsi alla potatura non servirebbe, perché si tratterebbe di tagliare tutte le fronde verdi che in questa specie, una volta raggiunte le dimensioni del nostro albero, non ricrescerebbero più. L’albero rimarrebbe dunque completamente spoglio senza mai più recuperare il verde. Tanto vale allora abbatterlo. Io non mi intendo di piante, ma sento istintivamente una resistenza molto forte all’idea di abbattere un albero sano. D’altro canto l’amministratore ci teneva – giustamente – a farci presenti tutte le eventuali conseguenze (anche in termini di assicurazione) in caso di caduta di un ramo sul tetto del condominio o su quello dei vicini. Le opinioni dei condomini inizialmente sembravano favorevoli al taglio, pur con molte perplessità. Al di là di tutte le ragioni umane, ho pensato quanto fosse ingiusta quella situazione: degli esseri viventi deliberano della vita o della morte di un altro essere vivente senza interpellarlo, perché evidentemente una comunicazione verbale tra noi e lui non è possibile e – non essendoci comunicazione – l’altro, l’albero, non è percepito come interlocutore, non ha voce – è oggetto. Era oggetto quando hanno deciso di piantarlo, continua ad essere oggetto quando si decide di tagliarlo. Eppure l’albero è vivo. Mi inquieta la naturalezza con cui si trasforma in oggetto un essere vivente che è cresciuto per tanti anni, solo perché non sente come noi e non può parlare. Questo non avere voce dell’albero – non vi sembri esagerato – mi è apparso come una figura messianica – una figura del giusto sofferente, della vittima innocente. Nel corso di un processo, nel quale venivano gettate le sorti di questo essere vivente privo di avvocato, speravo in cuor mio che si trovasse una soluzione alternativa. Fortunatamente all’ultimo è arrivato un condomino che si è opposto risolutamente per tutta una serie di validi motivi, non ultimo il formidabile riparo dalla calura prestato dal cedro durante i mesi estivi. La voce del condomino ritardatario ha mutato radicalmente gli equilibri in favore dell'albero. Abbiamo optato dunque per una ponderosa cimatura che ne riduca in parte l’altezza, senza toccare le fronde. L’albero vivrà.Da due giorni questo pensiero non cessa di rallegrarmi. Il presente è faticoso, ma in mezzo alla fatica ogni tanto mi torna in mente l’albero che abbiamo salvato. Lo vedo dalla finestra, così alto da oscurare la luna, ignaro di noi che potevamo ucciderlo e invece alla fine l’abbiamo salvato, così diverso da noi, privo di pensieri e sentimenti umani e animali, eppure proprio per questo così profetico, perché presente e tangibile, anche se radicalmente altro. È nato in me qualcosa che sarei tentato di chiamare relazione tra me e lui, se non fosse che lui non sa nulla di me e neppure forse di se stesso e, se anche lo sa, lo sa in un modo del tutto diverso dal mio e per me inimmaginabile. Ma chi ha detto che la relazione debba essere biunivoca? Chi ha detto che ci sia relazione solo laddove vi sia consapevolezza da entrambe le parti? In fondo non è così anche nelle relazioni umane? non sono anche queste sempre operazioni di traduzione, tentativi faticosi e non sempre riusciti di stabilire accezioni compatibili? Non chiamiamo forse spesso con le stesse parole cose diverse, non è tutta la nostra comunicazione infine una cattedrale di metafore? Eppure in qualche modo funziona, quando funziona e ci riconosciamo come interlocutori, se ci riconosciamo. E poi siete venuti voi con il fico e il ricino e io mi domando se ci sia forse qualcuno che vuole farmi capire qualcosa con tutti questi alberi all’improvviso.
Buona settimana 
Emiliano Ranocchi

Credits

Un programma di Gabriella Caramore
a cura di Paola Tagliolini
regia di Ornella Bellucci
consulenza musicale di Cristiana Munzi
in conduzione Benedetta Caldarulo,
Irene Santori
(Storie)
Gabriella Caramore (Questioni)
Via Asiago n. 10 - 00195 Roma

Moni Ovadia a Uomini e Profeti

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