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Vincenzo Gemito

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Vincenzo Gemito dal salotto Minozzi al Museo di Capodimonte,  90 opere del famoso scultore napoletano morto nel 1929  esposte al museo di Capodimonte dal 28 novembre 2014 al 16 luglio 2015. Le opere in esposizione sono disegni, bozzetti, sculture in bronzo e terracotta e fanno parte di una raccolta di ben 372 opere della preziosa collezione Minozzi, che fu acquistata l’anno scorso dal ministero per i Beni culturali.

Achille Minozzi era un ingegnere e imprenditore napoletano che iniziò a raccogliere le opere di Gemito fin da giovane e creò, agli inizi del Novecento in casa sua, una sala dedicata alla collezione. Minozzi conobbe anche l’artista e strinse con lui un rapporto di amicizia raccogliendo ben 372 opere che saranno esposte in maniera permanente a Capodimonte solo al termine dei restauri nell’Appartamento reale.

La mostra attuale prevede 90 opere tra cui i ritratti in terracotta del pittore Petrocelli e di Maria la zingara, quelli in bronzo di Domenico Morelli e Giuseppe Verdi e la famosa copia della Psiche del Museo archeologico. L’intera collezione è presentata in un video che sarà proiettato nelle sale della mostra.

Di Vincenzo Gemito tantissime opere esposte a Napoli tra cui una delle statue dei re di Napoli all’esterno del Palazzo Reale. Le statue sono esposte in ordine cronologico rispetto alla dinastia di appartenenza che ha regnato in città e quella di Vincenzo Gemito rappresenta Carlo V d’Asburgo. Il marmo era il materiale meno amato da Gemito e il risultato del suo lavoro non gli piacque ed ebbe molte critiche. Gemito ebbe un crollo mentale che lo portò ad essere rinchiuso per lunghi anni in un ospedale psichiatrico. Solo verso la fine della sua vita Gemito uscì e si dedicò all’oreficeria in oro e argento, realizzando particolari opere oggi molto ammirate.


Il genio dell’abbandono racconta la vita di questo grande scultore elo fa mantenendosi in prodigioso equilibrio tra fedeltà al dato storico e radicale reinvenzione dello stesso. È il romanzo di un’avventura eversiva e donchisciottesca, libro di vertiginosa solitudine e di teatrale coralità sullo sfondo di una Napoli vissuta come «un paese imprecisato che stava diventando la sua frontiera di malato», a contatto coi protagonisti della cultura del tempo, da Salvatore Di Giacomo a Raffaele Viviani e agli altri.
Wanda Marasco prende le mosse dalla fuga dell’artista dalla clinica psichiatrica in cui è ricoverato, e da lì ricostruisce la storia agitata di un figlio di nessuno abbandonato sulla ruota dell’Annunziata, il grande brefotrofio del meridione. Il marchio del reietto - beffardamente impresso nel suo stesso nome che è il risultato di un errore di trascrizione - lo accompagnerà per sempre, quasi come un segno di divinazione.  Il suo apprendistato lo farà nei vicoli, al fianco di un altro futuro grande artista, il pittore Antonio Mancini, suo inseparabile amico che diventerà anche coscienza di Gemito, suo complice totale e infine suo nemico o, meglio: quell’intimo nemico di se stessi che si preferisce trasferire nell’altro. Vedremo così «Vicienzo» entrare nelle botteghe in cerca di maestri, avido di imparare. Lo seguiremo a Parigi, tra stenti da bohème e sogni di celebrità, e lo ritroveremo a Napoli, artista ambito da mercanti e da re, e pur sempre incalzato da quel «genio dell’abbandono», che, potente metafora dell’orfanità dell’arte, lo spinge a grandi imprese e lo precipita nel baratro dei fallimenti. Vivremo il suo folle amore per la modella Mathilde Duffaud, che ne segna la vita come un sistema dell’erotismo e del dolore, un impasto di eccessi e delusioni che sfociano in una follia tutta «napoletana»: intelligenza alla berlina, incandescenza e passioni spesso arrese a un destino malato di cui il «vuoto» di Napoli voracemente si nutre.
Scritto in una lingua vigorosa e raffinatissima che con movimento naturale vira verso il registro dialettale, Il genio dell’abbandono è sostenuto, come ha scritto Cesare Segre, da uno slancio drammatico che conferisce ai personaggi «uno stacco e un dinamismo straordinari». Portatore di un dolore immedicabile e insieme di una furia sconfinata, «Vicienzo» s’imporrà al lettore con la forza dei personaggi indimenticabili, «pazzo in latitudine e longitudine» e «col carattere di una putenta frèva»: la febbre del genio che combatte la sua battaglia solitaria con la storia e la società per affermare identità e passione.

 

 

Credits

Curatori
Monica D'Onofrio, Paola Damiani e Stefano Roffi
Redazione
Leda Bianchi, Giorgia Niso
Regia
Chiara D'Ambros
Conduttori
Francesco Antonioni, Oreste Bossini, Nicola Campogrande, Riccardo Giagni, Andrea Ottonello, Andrea Penna, Stefano Valanzuolo, Guido Zaccagnini

Sede Rai di Milano:
Nicola Pedone





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