
'C'è bisogno di una nuova giustizia' - lettera aperta scritta dai preti delle comunità di via Padova a Milano
Carissima Gabriella Caramore
sono don Antonio Torresin, di Milano, abito in una delle parrocchie di via Padova, interessata ai fatti di sabato scorso. Sento regolarmente, scaricando da internet, la sua trasmissione che apprezzo molto. Visto la vostra sensibilità ai temi sociali, alle questioni legate alla immigrazione e alla necessità di pensare forme di convivenza tra culture e fedi diverse, mi permetto di inviarle questo breve testo. Di fronte ai fatti accaduti in via Padova, come preti che abitano in questo territorio, lo amano anche e proprio perchè così complicato, ci siamo sentiti interpellati, sia nel recepire il disagio che nel rilanciare parole a partire dalla fede e dalla Parola di Dio. Il testo nasce da un confronto tra noi preti, e lo abbiamo offerto alle nostre comuniutà per favorire una riflessione che non si adegui agli stereotipi e alle paure dilaganti, ma che sappia ascoltare anche le fatiche di molti. Nelle nostre comunità abbiamo straordinarie storie di viaggio, di poveri che con grande dignità e fede affrontano i pericoli e i disagi di un vero e proprio esodo. Ne racconto solo uno. George, un amico indiano. Da due anni ogni giorno viene alle nostre celebrazioni, è rispettato e stimato da tutti, soprattutto dalle persone anziane che rimangono impressionate dalla nobiltà dei suoi tratti. Da un anno lo ha raggiunto la moglie e ora aspettano di far arrivare i bambini ma lei è irregolare e sta imparando da poco la lingua. Ma la gente semplice li ha adottati: volentieri offre loro qualche occasione di lavori, sono stati coninvolti nelle visite alle famiglie che facciamo in occasione del natale... Ebbene ieri, George, che vive ovviamente con grandi difficoltà, si avvicina e mi dice: ho preso un camioncino, ho iniziato una mia piccola atttività, e mi sono promesso - se va bene - di dare alla chiesa il 10 per cento del primo introito, perchè voi aiutate tante persone in difficoltà. Mi allunga una busta. Io provo ma non riesco a rifiutare per non offendere la sua dignità. Poi la apro: 400 euro. I poveri sono capaci di gesti così, generosi e dignitosi, e io penso che è la fede di questi poveri che tiene viva la chiesa e la speranza di un mondo nel quale la cura per l'altro viene prima della preoccupazione del proprio benessere.
a lei e a tutta la redazione l'augurio di continuare nel vostro servizio che è prezioso per tenere viva una voce diversa in questi tempi non proprio luminosi
don Antonio
C’è bisogno di una nuova giustizia
Di fronte agli avvenimenti che sono accaduti in questi giorni in via Padova, nelle strade delle nostre comunità cristiane, cerchiamo parole di fede per leggere questi fatti con uno spirito diverso sia dalla sterile lamentazione che da una sottovalutazione ingenua della gravità dei problemi che stiamo vivendo. Ci sentiamo anzitutto di dire una parola di vicinanza per chi vive in luoghi come le nostre vie. Occorre coraggio per tutti: per gli italiani come per gli stranieri. Ci sono tante persone che semplicemente vogliono vivere in pace, che provano a convivere con quelli che abitano lo stesso quartiere.
Ci sembra che emerga un grande e profondo bisogno di giustizia, che va ascoltato e interpretato. Ci aiutano in questo le parole di Benedetto XVI nel suo messaggio per la Quaresima 2010. Non basta infatti un’esigenza di giustizia intesa solo come la difesa di ciò che è proprio (giustizia = dare a ciascuno il suo). Occorre un senso nuovo di giustizia. Così si esprime il papa: «La parola stessa con cui in ebraico si indica la virtù della giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti significa, da una parte, accettazione piena della volontà del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova (cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo».
Possiamo indicare a noi stessi e a ciascuno questi tre livelli per vivere una nuova giustizia.
La legalità. Una convivenza è possibile se ci sono delle norme e dei patti che permettono alle persone che hanno storie diverse e culture differenti di riconoscersi e di rispettarsi. Norme condivise, che non escludano ma che includano, che siano realistiche e praticabili, che permettano patti di cittadinanza e di civiltà. Per la Bibbia la legge è anzitutto il frutto di un’alleanza cercata nella libertà e nella responsabilità. Le istituzioni pubbliche devono fare la loro parte trovando le leggi giuste; anche i cittadini devono fare la loro rispettando le leggi e favorendo cammini di legalità, alleanze comuni come accade normalmente nelle scuole, nei nostri oratori, nelle comunità cristiane. Questi luoghi sono preziosi e non vanno abbandonati perché qui si costruiscono le basi di una nuova giustizia. Dobbiamo tornare ad abitare le nostre strade, i condomini e i quartieri, per renderli di nuovo luoghi del vivere comune. Se non trasformiamo le nostre vie in “casa nostra” poco alla volta diventano “terra di nessuno”.
La presa a carico di ciò che è comune. Spesso si invoca la giustizia solamente quando si tratta di difendere il proprio interesse. Ma una declinazione solo corporativa della giustizia è miope e destinata all’insuccesso. Siamo così abituati a preoccuparci solo del “mio” che non sappiamo più pensare a ciò che può essere “nostro”. Coltivare la giustizia chiede la disponibilità a metterci del “mio” per il bene comune e non a pretendere ciascuno il “proprio” a prescindere dal bene degli altri. Il diritto che va tenacemente difeso per primo è quello dei piccoli e dei poveri, e la Bibbia dice: degli “orfani” delle “vedove” e degli “stranieri”. Noi potremmo tradurre: la cura dei bambini e delle generazioni più giovani, la cura per chi non ha difese sociali, per chi vive solo e senza un sostegno, per chi arriva da strade di dolore e di povertà.
La giustizia come dono da invocare. Sentiamo la sproporzione di fronte a problemi più grandi di noi. Ma sappiamo anche che deve essere la speranza quella che ci guida, la certezza che Dio non si dimentica dei suoi figli e che la pace per noi è un dono invocato dall’alto, la grazia concessa a noi peccatori da un Dio che si è compromesso con la nostra storia fino a dare la sua vita. Noi lo preghiamo per la pace, che non esiste senza giustizia, e gli chiediamo il coraggio di essere pronti a dare il poco che abbiamo e il poco che siamo perché venga un regno di giustizia e di pace. Avvertiamo per noi credenti di queste comunità cristiane il compito di essere anzitutto intercessori: vogliamo rimanere in mezzo al conflitto disarmati e solidali, disposti ad ascoltare le ragioni di ciascuno, pronti a cogliere e a favorire le opportunità di mediazione e di riconciliazione.
I preti delle comunità di via Padova e del decanato di Turro