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Lettere dall'8 al 14 maggio 2010

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dall'8 al 14 maggio 2010

Gentile Gabriella Caramore, la scala di Giacobbe sempre attrae come simbolo di distacco/unione che essa rappresenta. Unione/distacco tra l’io e il tu, ma anche tra il tu e gli altri e il tu e Dıo. Poiché è indiscusso che anche all’interno dell’io ci sia una “scala” a congiungere/separare le varie parti (come i mistici evidenziano), domando se è possibile pensare a un’unione/distacco anche in Dıo.
Ringraziandola per le belle letture e le molteplici chiavi interpretative capaci di suscitare interrogativi e concrete sollecitazioni al nostro vivere, invio i più cordiali saluti e lei e a tutta la Redazione di Uomini e Profeti. Rosella Marvaldi.

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Complimenti ! Splendida puntata, grande Paolo Ricca ! Il concetto che Dio distingue tra peccato e peccatore mi sembra profondissimo e stimola riflessioni.
Per deformazione professionale - sono un operatore del diritto - nel ciclo di Giacobbe mi ha interessato  anche la cessione dei diritti di primogenitura. Mi chiedevo quale valore attribuire all'accordo raggiunto tra i due fratelli, se lo stesso aveva efficacia anche nei confronti del padre.
Al capitolo 27 quando GIacobbe va da Isacco per carpirne la benedizione non dice solo "Io sono Esaù" ma aggiunge "il tuo primogenito". 
Probabilmente la primogenitura è uno status, un dato fattuale insuscettibile di cessione a differenza dei diritti (patrimoniali e non) che anche all'epoca del racconto biblico presumero fossero negoziabili. La necessità/importanza della benedizione paterna mi induce a ritenere che anche in epoca biblica operasse il così detto divieto dei "patti successori".
Scusandomi per le mie futili divagazioni giuridiche  rinnovo i miei complimenti per le trasmissioni che da tempo seguo con attenzione
Aldo Cavallo

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Buongiorno,
da anni ascolto "Uomini e Profeti", a volte mentre sono in macchina, più spesso con attenzione all'interno delle mura domestiche. Ho iniziato a seguirvi perchè nel panorama radio - televisivo non esistono trasmissioni come la vostra. La particolarità di "Uomini e Profeti" è di riuscire a parlare dell'anima umana senza lo schieramento secolare della Chiesa o delle Chiese.Questo tratto credo sia il più peculiare della trasmissione perchè in questo modo gli argomenti teologici vengono sviscerati per poter dare tracce di lettura delle diverse confessioni religiose lasciando all'ascoltatore la possibilità di riflettere sulle tematiche trattate e di trarne soggettive considerazioni.
In uno scenario italico dove la "Cultura" appare su tante bocche ma poche sono poi le applicazioni tangibili di questa parola, "Uomini e Profeti" rappresenta un'isola felice dove l'apporto di conoscenza, e quindi di cultura, ha un livello estremamente alto.Non posso quindi che ringraziare tutti coloro che costruiscono questa bella realtà radiofonica, sperando che persista lungamente nel tempo all'interno della programmazione radiofonica .
Cordialmente
Giuseppe Amodeo

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Cara redazione,
quando io ero adolescente o poco più mia madre ascoltava questa
trasmissione e così "vi ho scoperti". Poi sono cresciuta, mi sono
laureata in filosofia, mi sono trasferita a Milano per cercare lavoro,
e ancora vi ascolto... Ho continuato il mio percorso universitario
specializzandomi, lavorando nell'editoria e facendo qualche piccola
esperienza di giornalismo, ma tra tutte le tematiche che si possono
affrontare quelle da voi privilegiate restano le mie preferite. Mi
accogliereste per un periodo di stage? O per una collaborazione
esterna? Posso aiutarvi con qualche ricerca? Siete interessati a
eggere il mio cv?
Intanto vi ringrazio per il bel lavoro che fate,
e vi saluto.
chiara

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...La lettura del brano di Federigo De Benedetti è stata straordinaria, direi che si potrebbe definire un midrash su Giuseppe, molto ebraica, checché lui dica riguardo la sua propria estrazione culturale-religiosa. A me dei midrashim piace soprattutto il fatto che ri-trasformano in persone come noi quelli che ad una prima lettura sembrano solo personaggi. Trasformano quella che potrebbe sembrare finzione, od un simbolo, od una allegoria, in realtà palpitante che riguarda noi stessi, il nostro tempo ed il nostro prossimo. Sarebbe bello leggere la Bibbia sempre così: ci accorgeremmo che parla proprio di noi, non solo di altri in altri tempi, o di un Altro già dato; ma del nostro vivere con l'altro, questo si sempre dato perché siamo tra altri esseri uguali e diversi da noi, e del vivere dell'Altro, quando sentiamo e pensiamo ciò che chiamiamo trascendente: quando sentiamo di dovere rispondere ad un invisibile Domanda e ad una Presenza celata ma più intima a noi di quanto non sentiamo il nostro stesso Io.
La lettura di De Benedetti mi ha forzatamente fatto ripensare allo sconvolgente (per me) romanzo di José Saramago "Il Vangelo secondo Gesù Cristo" (Einaudi), dove la "rotazione del punto di vista", per citare Levi Della Torre, è grandiosa, stupefacente e sicuramente blasfema (o "eretica" si sarebbe detto un tempo per fortuna passato): mi ha scandalizzato, sicuramente, e non lo "consiglierei" a nessuno, ma credo anche che ci siano più cose in cielo ed in terra di quante ne sogni la filosofia di chiunque...e dunque anche più di quante ne possa ammettere la nostra! Mi permetto poi di richiamare un passaggio della bella e difficile puntata con Salvatore Natoli, laddove si parlava di persone che dicono il Padre Nostro. A costo di rientrare in una categoria bistrattata "confesso" di essere tra quelli! E però è diverso da come lo dicevo da bambino: allora come una poesia da imparare per la scuola, poi come abitudine ed infine come talismano. Oggi le parole sono le stesse, ma i significati si sono man mano allargati, aumentando la conoscenza aumenta la percezione della propria ignoranza, ed il modo di dirlo è divenuto importante quanto le parole, che tuttavia, oggi più di allora, mi sorprendono e mi chiamano in causa; così oggi lo dico non per invocare un aiuto dal cielo ma per costringermi a rispondere quando sembra che la realtà non ci ponga più domande, avendo già le nostre risposte come scudo alla stessa. Un bell'esercizio sarebbe riscrivere il Padre Nostro, ognuno per sé, per costringerci a pensare alle parole che diciamo sempre: vi troveremmo pensieri nuovi che ci costringerebbero a cercare nuove parole, sempre approssimando un discorso che mai, forse, riusciremo a dire. Un po' di blasfemia potrebbe sempre farci trovare qualcosa di più vero in noi.

Affettuosi saluti
Domenico Mancini

Credits

Un programma di Gabriella Caramore
a cura di Paola Tagliolini
regia di Ornella Bellucci
consulenza musicale di Cristiana Munzi
in conduzione Benedetta Caldarulo,
Irene Santori
(Storie)
Gabriella Caramore (Questioni)
Via Asiago n. 10 - 00195 Roma

Moni Ovadia a Uomini e Profeti

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E’ stato interessante il discorso sulla bellezza di domenica scorsa. Riflettendoci su vorrei sottolineare che esiste anche una seduzione negativa delle cose e che sarebbe opportuno evidenziare la differenza tra la seduzione di cui avete parlato, riferita alla bellezza legata alla verità,  e quella che invece riesce ad attrarre per la sua capacità di mimetizzare il vuoto a lei sottostante...

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