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Le armi chimiche di Assad passano da Gioia Tauro

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di Lucia Capuzzi

Gioia Tauro. Le indiscrezioni erano circolate fin dalla tarda mattinata, poi, nel primo pomeriggio, l’annuncio del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi in Parlamento, ha ribaltato le ipotesi circolate nei giorni precedenti. Tutti puntavano sull’isolotto di Santo Stefano, nell’arcipelago sardo della Maddalena, che per trent’anni ha ospitato i missili nucleari statunitensi. E, invece, il porto scelto dal Governo – in base alle indicazioni dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) – per il transito degli arsenali siriani è quello calabrese. “Il più adatto”;  ha spiegato Lupi. A illustrare le ragioni è stato lo stesso ministro: Lo scalo “è una delle eccellenze e questa tipologia di attività è una delle specializzazioni di quel porto”. La protesta locale si è così spostata dalla Sardegna alla Calabria, con tanto di minaccia del sindaco, Domenico Madafferi di San Fernando, di chiudere il porto. E con qualche malumore da parte della Lega, dell’IdV e soprattutto del Movimento 5 Stelle. La diatriba si inserisce in un complesso puzzle geopolitico, in cui Gioia Tauro è una delle tante tessere, quantunque fondamentale. “La più importante operazione di disarmo degli ultimi 10 anni”, l’ha definita il ministro degli Esteri, Emma Bonino, al fianco di Lupi nell’audizione di fronte alle Commissioni Esteri e Difesa, riunite alla Camera. Il ruolo del porto calabrese è quello di punto di snodo. Nei suoi 3.500 metri di banchina arriverà la nave danese Ark Futura con a bordo 560 tonn. di gas da smaltire. In realtà, il cargo è ancora fermo a largo di Latakia, nell’attesa che gli arsenali di Assad finalmente si svuotino. Per i momento, nel punto di stoccaggio sono arrivate appena 27 tonn. I combattimenti feroci hanno fatto slittare il piano di smaltimento ONU-OPAC: il termine delle operazioni di distruzione è stato posticipato da marzo a giungo. Il tempo, comunque, stringe: l’arrivo in Italia è previsto non oltre la prima metà di febbraio. In contemporanea, a Gioia Tauro, farà tappa la nave statunitense Cape Ray, incaricata dello smaltimento. Da quest’ultima verranno caricati i “veleni “ della Ark: i 60 container passeranno da imbarcazione a imbarcazione in un unico processo, che durerà tra le 24 e le 48 ore – attraverso una serie di rotabili. Nessuno stoccaggio a terra. Su questo l’Italia è stata chiara: “era una delle condizioni fondamentali” per consentire l’operazione, ha detto Lupi. Un procedimento sicuro e rodato – ha ribadito il ministro – “nel 2012/2013 nel porto calabrese sono stati trattati 3mila containers contenenti materiali della stessa categoria di pericolosità dei componenti chimici siriani. Anche n questo momento – ha aggiunto – “a Gioia Tauro si sta lavorando su materiali chimici”. Di fronte alla minaccia dei primi cittadini d lla Piana di bloccare lo scalo, Lupi non si è perso d’animo: “come fa a chiudere? Credo che dobbiamo essere tutti seri e orgogliosi delle nostre eccellenze”.

Terminato il carico, la Cape Ray si dirigerà in acque internazionali e comincerà la distruzione dei gas mediante un delicato processo di idrolisi: ci vorranno almeno 2 mesi. “La scadenza di giugno per la distruzione totale dell’arsenale di armi chimiche siriane, sarà rispettata”, ha detto il capo dell’OPAC, Ahmet Uzumcu, presente all’audizione. Uzumcu ha voluto ringraziare l’Italia per il “generoso contributo”: oltre al porto, il governo ha messo a disposizione 3 mln di Euro al Fondo fiduciario OPAC e il velivolo di trasporto degli ispettori in Siria.

A breve, i dettagli dell’operazione verranno definiti in una riunione tecnica con esperti danesi, norvegesi e statunitensi.

sito di Avvenire

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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