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Erano la meglio gioventù

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di Furio Zara

L’ultimo degli umani faceva parte di una generazione di campioni irripetibili non tanto e non solo perchè campioni – altri prima di loro ed altri dopo di loro – ma in quanto persone, certo speciali, ma umani tra gli umani, solo molto più bravi a correre, giocare a tennis, saltare, tirare pugni, andare in bici, sciare, nuotare, fare gol. Pietro Mennea, Sara Simeoni, Gustav Thoeni, Adriano Panatta, Novella Caligaris, Francesco Moser, Giacomo Agostini, Dino Meneghin, Paolo Rossi, Nicki Lauda. Il decennio dello sport italiano che va dai ’70 agli ’80 è un poster che li comprende tutti e – nonostante i morsi del tempo – non ingiallisce. Fu un respiro lunghissimo che durò il tempo di un passaggio da un mondo ad un altro. Poi cambiò tutto, e niente fu come prima.

Campioni Popolari

Erano campioni che stavano imparando a diventare pop, nel senso di popular, popolari; ma ancora portavano addosso una certa goffaggine e i pudori della generazione post-guerra, il lieve affanno di chi – come Mennea – era costetto a correre più forte deglia ltri per prendersi la vita che gli spettava. “Recupera… recupera… ha vinto”, ripete in queste ore l’indimenticabile voce di Paolo Rosi nei filmati dell’epoca, a Mosca, in quel luglio del 1980. Recuperava l’Italia intera, vinceva l’Italia intera. Panatta diede al tennis di casa nostra una dimensione diversa: da sport elitario, divenne popolare. Thoeni, scivolando con eleganza nel bianco della neve, portò lo sci fuori dal suo algido ghetto. Nella leggerezza della Simeoni e della Calligaris si identificarono decine di migliaia di ragazze: si poteva essere brave, senza rinunciare ad essere belle. La bellezza non era più una colpa o un privilegio. Le vittorie della Ferrari di Niki Lauda avevano il dono di essere trasversali, la Rossa che usciva dalla curva e accelerava era sollievo per il popolo. Vite a testa alta, quelle. Idoli in bianco e nero, uomini immagine che non si curavano dell’immagine, simboli seri di un’epoca, persone più che personaggi che durarono a lungo, perché lunga era la storia di fatiche e sacrifici che li aveva portati fin lì: a vincere, o perdere, con la serena consapevolezza di aver fatto bene il proprio dovere.

Vittorie e memoria

Quello che ci resta, a distanza di tempo, sono certo le vittorie, la Coppa Davis e i record del mondo in pista e in piscina, i Mondiali e le Parig–Roubaix; ma più di tutto resta la fotografia di una generazione di campioni che, per l’ultima volta nella storia del nostro sport, ha saputo offrire un’identità comune perché le radici, di chi guardava e di chi correva, erano le stesse, perchè il traguardo da raggiungere era lo stesso; immaginarsi migliori, provare a farlo. Eravano famiglia: loro, noi. Quello che resta di questi campioni è il pudore dei gesti, il naturale impaccio di certe pose, la poca abitudine alla caciara, la dimensione casalinga, lo stile inteso come un dovere verso sé stessi, il rigore morale di vecchi ragazzi, come Mennea, che a 20 anni ne dimostravano 10 di più. Ma forse è l’effetto flou del tempo che passa a restituirci questo ricordo. Forse queste sono visioni vintage che scheggiano anche solo per poco la nostra prospettiva digitale ora che la distanza tra la partenza e l’arrivo pare a tutti noi incolmabile, terra da attraversare senza il fiato per farlo. Viaggio solitario in cieli poveri di stelle a guidarci, e chissè se basa recuperare e recuperare e recuperare fino allo sfinimento per trovare finalmente consolazione.

sito del Corriere dello Sport

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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La Nuova Ecologia - il mensile di Legambiente di luglio-agosto 2015




Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
vivere meglio e sprecare meno. Sorella resilienza. Così possiamo cogliere la sfida del cambiamento e salvaguardare la casa comune dell'umanità. All'interno un'intervista a James Lovelock. 


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