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Benetton, solo un filo d'imbarazzo

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di Emanuele Giordana

C'è un filo di imbarazzo forse negli uffici della Benetton. Un filo, è il caso di dirlo, molto simile a quello che si intesse sui telai che fabbricano magliette e che dal trevigiano arriva sino alla tragedia di Dacca. Nonostante proprio qualche giorno fa l'azienda italiana, presente come Gruppo in 120 Paesi con oltre 5.500 negozi, avesse preso le distanze dalle fabbriche bangladeshi coinvolte nel crollo del Rana Plaza sostenendo che i laboratori coinvolti non collaborano in alcun modo con i marchi del gruppo Benetton, adesso spuntano fotografie e documenti, persino magliette etichettate United Colors of Benetton.

Le T-shirt, fotografate sul luogo del disastro dall'Associated Press potrebbero forse riferirsi anche a un caso di contraffazione ma l'ordine di acquisto alla New Wave, una delle aziende coinvolte nel crollo e sul cui sito la Benetton Asia Pacific appariva come uno dei quattro clienti italiani (Itd, Pellegrini, De Blasio), è un documento imbarazzante. Nell'ordine, che da ieri appare sul sito della “Campagna Abiti Puliti”, un network che coinvolge in Italia una decina di soggetti e nel mondo (Clean Clothes Campaign) centinaia di associazioni, nel prestampato col logo della New Wave - il nome Benetton è come quello del Buyer con tanto di quantità, ricevute e numero d'ordine. Il nome ricorre più volte come quello della Benind Spa di Ponzano Veneto, società trevigiana di trasporto merci, o quello della Benetton Messico. A questo punto una semplice presa di distanza non basta. Abiti puliti chiede spiegazioni. L'azienda per ora ribadisce che la New Wave non è tra i suoi clienti ma sta comunque cercando di accertare quanto accaduto.

«La gravità della situazione richiede un’assunzione di responsabilità da parte dei marchi internazionali coinvolti, del governo e degli industriali locali, che devono porre fine a tragedie come questa, l’ennesima per totale negligenza del sistema imprenditoriale internazionale», dice Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna. «Aziende come Benetton hanno la responsabilità di accertare a quali condizioni vengono prodotti i loro capi e di intervenire preventivamente per garantire salute e sicurezza nelle fabbriche da cui si riforniscono».

Se a Benetton tocca chiarire se quell'ordine risponde al vero e se le etichette sono sue (poco importa se ordinate da una sussidiaria cinese o messicana) Lucchetti mette il dito nella piaga. Una piaga che si chiama delocalizzazione e che, dall'altra parte del mondo, va sotto il nome di “boom economico”. Boom che in molti casi è di altro tipo. Quello del tessile in Bangladesh è degli anni Ottanta ma se nel 1985 totalizzava un miliardo di dollari nel 2012 è arrivato a venti, tre quarti dell'export. Il segreto sta in tre parole: lavoro a basso prezzo, sostegno fiscale alle aziende e porto franco per l'import di attrezzature. Forte di almeno 5mila società la potente Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association difende un settore chiave dell'economia che dà lavoro a quattro milioni di persone. Ma proprio la sua forza finisce a garantire una “cultura dell'impunità” come l'ha efficacemente definita Sabir Mustafa del Bengali Service della Bbc cui un ispettore del governo ha detto: «a mio avviso metà delle fabbriche tessili si trovano in luoghi che non sono sicuri». A questo punto, la convergenza di interessi – in Bangladesh per produrre di più, in Occidente per risparmiare – diventa una miscela esplosiva cui con difficoltà si riesce a far argine e dove i deboli sindacati locali possono contare solo sulla coscienza di campagne come “Abiti puliti” o “Labour Bhind the Label” (per la firma del Fire and Building Safty Agreement a garanzia diella sicurezza sul lavoro).

Le resistenze sono tante, a cominciare dal rischio di perdere il lavoro o le commesse che potrebbero dirigersi altrove. Ma la rabbia di piazza questa volta potrebbe portare a qualcosa come dimostra l'accelerazione impressa dalla giustizia locale. Un pezzo del lavoro però resta da fare qui, dove tessile e moda vanno a braccetto con delocalizzazione a basso costo lontano dagli occhi. Garantire sicurezza e diritti per altro renderebbe meno competitive le fabbriche asiatiche e forse ribalterebbe il corso di una globalizzazione strettamente legata all'assalto dei luoghi dove ancora si lavora senza far domande. Un riequilibrio che passa anche dal dramma di Dacca in un pianeta dove i confini (dei diritti e dei doveri) si fanno sempre più porosi. Lettera22C'è un filo di imbarazzo forse negli uffici della Benetton. Un filo, è il caso di dirlo, molto simile a quello che si intesse sui telai che fabbricano magliette e che dal trevigiano arriva sino alla tragedia di Dacca. Nonostante proprio qualche giorno fa l'azienda italiana, presente come Gruppo in 120 Paesi con oltre 5.500 negozi, avesse preso le distanze dalle fabbriche bangladeshi coinvolte nel crollo del Rana Plaza sostenendo che i laboratori coinvolti non collaborano in alcun modo con i marchi del gruppo Benetton, adesso spuntano fotografie e documenti, persino magliette etichettate United Colors of Benetton.

Le T-shirt, fotografate sul luogo del disastro dall'Associated Press potrebbero forse riferirsi anche a un caso di contraffazione ma l'ordine di acquisto alla New Wave, una delle aziende coinvolte nel crollo e sul cui sito la Benetton Asia Pacific appariva come uno dei quattro clienti italiani (Itd, Pellegrini, De Blasio), è un documento imbarazzante. L'ordine, che da ieri appare sul sito della “Campagna Abiti Puliti”, un network che coinvolge in Italia una decina di soggetti e nel mondo (Clean Clothes Campaign) centinaia di associazioni, riporta – nel prestampato col logo della New Wave - il nome Benetton come quello del Buyer con tanto di quantità, ricevute e numero d'ordine. Il nome ricorre più volte come quello della Benind Spa di Ponzano Veneto, società trevigiana di trasporto merci, o quello della Benetton Messico. A questo punto una semplice presa di distanza non basta. Abiti puliti chiede spiegazioni. L'azienda per ora ribadisce che la New Wave non è tra i suoi clienti ma sta comunque cercando di accertare quanto accaduto.

«La gravità della situazione richiede un’assunzione di responsabilità da parte dei marchi internazionali coinvolti, del governo e degli industriali locali, che devono porre fine a tragedie come questa, l’ennesima per totale negligenza del sistema imprenditoriale internazionale», dice Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna. «Aziende come Benetton hanno la responsabilità di accertare a quali condizioni vengono prodotti i loro capi e di intervenire preventivamente per garantire salute e sicurezza nelle fabbriche da cui si riforniscono».

Se a Benetton tocca chiarire se quell'ordine risponde al vero e se le etichette sono sue (poco importa se ordinate da una sussidiaria cinese o messicana) Lucchetti mette il dito nella piaga. Una piaga che si chiama delocalizzazione e che, dall'altra parte del mondo, va sotto il nome di “boom economico”. Boom che in molti casi è di altro tipo. Quello del tessile in Bangladesh è degli anni Ottanta ma se nel 1985 totalizzava un miliardo di dollari nel 2012 è arrivato a venti, tre quarti dell'export. Il segreto sta in tre parole: lavoro a basso prezzo, sostegno fiscale alle aziende e porto franco per l'import di attrezzature. Forte di almeno 5mila società la potente Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association difende un settore chiave dell'economia che dà lavoro a quattro milioni di persone. Ma proprio la sua forza finisce a garantire una “cultura dell'impunità” come l'ha efficacemente definita Sabir Mustafa del Bengali Service della Bbc cui un ispettore del governo ha detto: «a mio avviso metà delle fabbriche tessili si trovano in luoghi che non sono sicuri». A questo punto, la convergenza di interessi – in Bangladesh per produrre di più, in Occidente per risparmiare – diventa una miscela esplosiva cui con difficoltà si riesce a far argine e dove i deboli sindacati locali possono contare solo sulla coscienza di campagne come “Abiti puliti” o “Labour Bhind the Label” (per la firma del Fire and Building Safty Agreement a garanzia diella sicurezza sul lavoro).

Le resistenze sono tante, a cominciare dal rischio di perdere il lavoro o le commesse che potrebbero dirigersi altrove. Ma la rabbia di piazza questa volta potrebbe portare a qualcosa come dimostra l'accelerazione impressa dalla giustizia locale. Un pezzo del lavoro però resta da fare qui, dove tessile e moda vanno a braccetto con delocalizzazione a basso costo lontano dagli occhi. Garantire sicurezza e diritti per altro renderebbe meno competitive le fabbriche asiatiche e forse ribalterebbe il corso di una globalizzazione strettamente legata all'assalto dei luoghi dove ancora si lavora senza far domande. Un riequilibrio che passa anche dal dramma di Dacca in un pianeta dove i confini (dei diritti e dei doveri) si fanno sempre più porosi.

sito del Manifesto

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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Ripartiamo dalla maternità - Barbara Stefanelli - Corriere della Sera

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Padri naturali - Massimo Gramellini - La Stampa

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Separati, non abbandonati - Maurizio Crippa - Il Foglio

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Mare nostro - Stop trivelle - Il Manifesto

"300 mila firme non bastano" - Int. a Pippo Civati di Daniela Preziosi - Il Manifesto



 


La Nuova Ecologia - il mensile di Legambiente di luglio-agosto 2015




Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
vivere meglio e sprecare meno. Sorella resilienza. Così possiamo cogliere la sfida del cambiamento e salvaguardare la casa comune dell'umanità. All'interno un'intervista a James Lovelock. 


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