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E' ora di rifare il web

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Intervista al guru del web Ethan Zuckerman, di Fabio Chiusi



Iper connesso significa cosmopolita? Non necessariamente, scrive Ethan Zuckermann in “Rewire. Cosmopoliti digitali nell’era della globalità” (Egea, pp.256); poter essere connessi a tutto il globo e a tutte le visioni del mondo non significa che ci interessi farlo davvero, e che lo facciamo. Di certo, argomenta il direttore del Center for Civic Media del Mit di Boston, non sarà la tecnologia da sola a renderci cittadini del mondo. Diventarlo costa fatica, spiega in questa intervista a L’Espresso, in occasione della sua unica tappa italiana,. Venerdì 2 maggio al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. “Siamo ossessionati dagli algoritmi”, dice “e non pensiamo abbastanza alle persone” e a come usano davvero la Rete, al netto dei proclami.

d. Dovremmo vivere in un mondo cosmopolita perché sempre connesso. Invece, ad esempio, siamo all’alba di elezioni europee all’insegna della paura di una crescita decisa di nazionalismi. Come spiega questo paradosso?

 

“A ogni nuova tecnologia c’è chi predice che ne deriveranno pace e cosmopolitanismo. Basta ricordare la retorica sulla radio, a partire da quella di Guglielmo Marconi. Diceva che avrebbe reso la guerra impossibile, perché l’avrebbe resa assurda. La sua teoria era che una volta che avessimo potuto sentire la voce di popolazioni di altri paesi, non saremmo mai andati in guerra contro di loro. Lo stesso è stato ipotizzato per l’aereo. Prima che diventasse uno strumento di guerra, si pensava che potendo le persone viaggiare in luoghi lontani, e i diplomatici incontrarsi faccia a afaccia, il risultato di quella nuova tecnologia sarebbe stato la pace. Lo stesso per il telegrafo, il telefono, la televisione. C’è sempre questo salto immaginativo, e poi l’impatto con la realtà: la radio, nei fatti, ha portato distrazione più che incontro e si può sostenere lo stesso si sia verificato con internet”.

 

Qual è l’argomentazione dettagliata nel suo libro in proposito?

 

“E’ che dobbiamo liberarci dell’ottimismo ingenuo, che in sostanza dice: siamo tutti connessi, quindi andrà tutto bene. Vivremo in un futuro cosmopolita. Ciò di cui c’è invece bisogno è un ottimismo informato. Significa sostenere che possiamo usare internet per affrontare questo tipo di questioni, ma non accadrà automaticamente, senza sforzo da parte nostra. Il cosmopolita digitale si chiede: quali sono i modi per concretizzare gli effetti positivi della tecnologia”.

 

Lei scrive che il paradosso sta nell’essere iper connessi e allo stesso tempo avere visioni del mondo più ristrette. Esistono studi che mostrano un legame tra la diffusione delle tecnologie digitali e il rinforzarsi di posizioni nazionaliste, anche in termini elettorali?

 

“Non ne sono a conoscenza, probabilmente perché il ruolo delle tecnologie in quel tipo di studi sarebbe di secondo piano: da scienziato sociale posso dirle che il nazionalismo ha molto più a che fare con le ristrettezze economiche. Tuttavia ho recentemente lavorato con alcuni colleghi sull’ate  speech mentre ero in Birmania, che si sta connettendo alla Rete solo ora e ha terribili problemi di tensioni etniche. Molti sono preoccupati per ciò che significa facebook per le violenze tra islamici e buddisti, perché è un contesto dove si pensa di parlare a pochi intimi e non in pubblico e di conseguenza i toni sono molto più estremi. Le ricerche svolte sulle elezioni del 2013 in Kenya confermano, mentre su tweetter è più chiara la percezione di essere in pubblico e dunque ci si modera. Ecco, questo potrebbe fornire una prova che il problema non è internet cma come lo usiamo”.  

(….continua sul numero dell’Espresso di questa settimana)

sito dell'Espresso

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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La Nuova Ecologia - il mensile di Legambiente di luglio-agosto 2015




Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
vivere meglio e sprecare meno. Sorella resilienza. Così possiamo cogliere la sfida del cambiamento e salvaguardare la casa comune dell'umanità. All'interno un'intervista a James Lovelock. 


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