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Mai piu' ciechi respingimenti

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La Corte europea di Strasburgo sanziona l'Italia
di Paolo Lambruschi

Con una sentenza storica e inappellabile la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato ieri l’Italia per i respingimenti in alto mare di migranti subsahariani verso la Libia effettuati tra il maggio e l’autunno del 2009. I giudici hanno puntato il dito contro il Belpaese per la violazione di tre principi fondamentali: il divieto di sottoporre a tortura e trattamenti disumani e degradanti, l’impossibilità di ricorso  e il divieto di espulsioni collettive. E, cosa che interessa tutta l’Ue, andranno riviste le operazioni Frontex di pattugliamento del Mediterraneo perché per la prima volta viene equiparato il respingimento di gruppi alla frontiera e in alto mare alle espulsioni collettive. A 22 ricorrenti su 24, 11 somali e 13 eritrei, l’Italia dovrà versare un risarcimento di 15 mila euro più le spese processuali. Gli altri due sono morti.

Il ricorso venne presentato dalle galere libiche alla Corte di Strasburgo grazie al Consiglio italiano per i rifugiati che rintracciò i 24 e incaricò del caso gli avvocati Anton Giulio Lana e Andrea Saccucci dell’Unione forense per la tutela dei diritti umani.

I fatti risalgono al 6 maggio 2009, quando un barcone con a bordo un gruppo di circa 200 somali ed eritrei, tra cui donne incinte e bambini, provenienti da Tripoli venne intercettato a 35 chilometri a sud di Lampedusa, in acque internazionali da unità navali italiane che li imbarcarono senza interrogarli né concedere alcuna possibilità di presentare richiesta di protezione internazionale, come prevede la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Vennero riportati a loro insaputa nella capitale libica e consegnati ai militari del colonnello Gheddafi. La Libia non ha mai firmato la Convenzione. Era il primo respingimento effettuato dalla nostra Guardia costiera, che in seguito si è distinta per interventi di natura opposta con le carrette del mare. Il giorno dopo l’allora ministro degli Interni Maroni annunciò l’operazione, sottolineando che si trattava dell’attuazione del trattato bilaterale italo-libico.

Ma in Libia per i migranti si spalancarono le porte dell’inferno. Vennero incarcerati a Misurata e a Tripoli, picchiati e torturati dalle guardie di Gheddafi. Solo l’intervento dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, che concesse loro i documenti che certificavano lo status di esule riuscì a restituire la libertà. L’anno dopo la Libia chiuse l’ufficio dell’Acnur e i migranti se la cavarono grazie all’aiuto della Chiesa cattolica tripolina.

Nel difendersi a Strasburgo, il Governo italiano aveva sostenuto che la Libia dovesse considerarsi «luogo sicuro» e che, inoltre, i ricorrenti non avrebbero in alcun modo manifestato agli ufficiali di bordo la loro volontà di richiedere l’asilo o altra forma di protezione internazionale. La Corte ha respinto integralmente queste difese, anche perché il nostro Paese ha concesso asilo a un ricorrente arrivato l’anno scorso e ha ricordato che i diritti dei migranti africani in transito per raggiungere l’Europa sono in Libia tuttora sistematicamente violati.

«Questa sentenza prova che nelle operazioni di respingimento – dichiara Christopher Hein, direttore del Cir – sono stati sistematicamente violati i diritti dei rifugiati, l’Italia ha infatti negato la possibilità di chiedere protezione e ha così respinto in Libia più di mille persone, incluse donne e bambini, secondo le stime dell’Acnur. Vogliamo che questo messaggio arrivi in maniera inequivocabile al Governo Monti: nel ricontrattare gli accordi di cooperazione con il Governo di transizione libico, i diritti dei rifugiati non possono essere negoziati. Su questo tema ci aspettiamo dal nuovo esecutivo posizioni chiare e più forti di quelle che abbiamo rilevato in queste settimane».

sito di Avvenire

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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