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"Il posto fisso a scapito dell'anima salva"

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Intervista a Ermanno Olmi

 

Il tema del lavoro è ricorrente nel cinema di Ermanno Olmi, fin da Il posto del 1961, in cui il protagonista lasciava il paese per lavorare in una grande azienda di Milano0, cercava la sicurezza el posto fisso. “A che prezzo? il film comincia in una cascina, il ragazzo passa dalla realtà rurale alla realtà del mondo industriale ed è un’ambizione giustificata, allora nelle campagne il latifondo esercitava un potere totale, non c’erano i sindacati per i contadini e per molti di loro il lavoro in città era un traguardo, non si accorgevano che stavano vendendo l’anima al diavolo. E il diavolo è la mostruosità degli assetti industriali”, dice il regista al telefono da Asiago.

 

Il mito del posto fisso è tramontato?

“A parte il fatto che, salvo gli apparati industriali e la burocrazia dello stato il posto fisso oggi è comunque precario, è un tradimento, serve soprattutto al mondo industriale che ha bisogno di mano d’opera da gestire dall’alto. E con il passare del tempo molti lavoratori rinunciano, capiscono che il posto fisso è una fregatura”.

 

Come gli insegnanti che hanno rifiutato di trasferirsi?

“Dopo Il posto ho fatto I fidanzati, in cui il protagonista, che a Milano aveva la sua vita e la sua compagna, veniva mandato a lavorare in Sicilia, avrebbe avuto soldi in più. Così fanno le industrie, lusingano i lavoratori, un aumento di stipendio o il passaggio ad una categoria superiore, così li spingono a vendere l’anima, creando una società malata di solitudine, che è la tragedia del nostro tempo”.

 

Anche nelle sue zone la civiltà contadina è scomparsa?

“Non esiste più. Come reazione è subentrato l’orto personale. Come in America ci sono orti sui tetti e sulle terrazze, in Italia nelle cinture periferiche delle città sono nati orti spontanei. Anna fa ci fu una grossa polemica, quando il demanio voleva cacciare dai suoi terreni i contadini improvvisati. Partecipai anch’io, era una decisione imbecille, volevano togliere a tanti pensionati o disoccupati un modo non solo di procurarsi da mangiare ma soprattutto  di occupare il tempo, non c’è cosa peggiore per chi non ha lavoro vivere nella noia spaventosa”.

 

Se dovesse fare un film sul lavoro oggi?

“Racconterei la solitudine di chi, avendo venduto l’anima alla certezza del posto, si sente più servo che persona con la sua individualità. È ciò di cui ha bisogno il grande sistema industriale, dipendenti come servitori. La speranza? Credo che le crisi che stiamo vivendo siano un segnale da prendere come nuova speranza. Molti giovani capiscono che il posto fisso può significare la rinuncia alla propria anima”.

 

la Repubblica

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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La Nuova Ecologia - il mensile di Legambiente di luglio-agosto 2015




Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
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