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La svolta storica della Cei: unioni civili come male minore

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È un sostegno prudente, senza declamazioni ma davvero senza precedenti quello che la Chiesa italiana sta riservatamente garantendo al governo e al Pd sul progetto della unioni civili in discussione al Senato: già da settimane mediatori d’Oltretevere sono al lavoro, nella speranza che il Parlamento, prima o poi, approvi una legge senza asperità ma comunque – ecco il punto – capace di creare un argine rispetto alla deriva considerata più pericolosa: matrimoni gay e adozioni fuori dalla coppia. La Cei – e con lei papa Francesco – non hanno sposato le unioni civili e mai le sposeranno, ma hanno silenziosamente abbracciato la dottrina del male minore, una novità storica nell’approccio alle questioni eticamente sensibili. Da decenni su temi scivolosi come il divorzio, l’aborto e la fecondazione assistita, la Chiesa ha finito sempre per scartarla linea del “male minore”, un atteggiamento che per decenni ha lasciato libero campo ai fautori dello scontro. Con effetti sempre eguali: quei “diritti” osteggiati dalla Chiesa e dai suoi sostenitori del mondo della politica negli ultimi 40 anni (Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Carlo Casini, Francesco Rutelli, Maurizio Sacconi), si sono regolarmente affermati nel costume e nella legislazione italiana.

Oltretutto il sì dei cattolicissimi irlandesi ai matrimoni gay, la sentenza in senso analogo della Corte suprema americana hanno aperto una ulteriore breccia nel muro della Cei. Con una aggravante: la Corte Costituzionale italiana ha viva via smontatola legge sulla fecondazione assistita voluta dal governo Berlusconi ed è dunque complicato per la Chiesa fare affidamento sulla consulta. Ecco perché il segretario della Cei, monsignor Nunzio Galantino, ha lasciato che si aprisse  un canale con i legislatori dei partiti più importanti. A cominciare dal Pd. per frenare le tentazioni più “liberal” e per spingere il testo sulla via di un compromesso sopportabile.

E una traccia di questo approccio si può trovare anche in alcune delle risposte del direttore di Avvenire Marco Tarquinio, da anni interprete  anche degli umori della più vasta base cattolica. Rispondendo a Franco Monaco, deputato cattolico del Pd, Tarquinio ha scritto: “Continuo a invitare i nostri legislatori a ragionare sul piano patrimoniale e non su quello matrimoniale. Le auguro di aiutare diversi suoi colleghi a distinguere bene la famiglia costituzionale dalle relazioni di altro tipo”. Ed è esattamente il compromesso sul quale sta lavorando il Parlamento: le unioni civili caldeggiate dal Pd sono un istituto ad hoc per i gay, distinto dal matrimonio.

Una linea, quella del “male minore” osteggiata dalla destra cattolica: nei giorni scorsi il sito”La nuova bussola quotidiana”, scrivendo che le unioni civili sono matrimoni gay “sotto altro nome”, è arrivato ad ipotizzare una cena segreta – alla maniera dei politici nostrani – tra monsignor Galantino e la senatrice del Pd Monica Cirinnà, relatrice di un provvedimento che è in discussione al Palazzo Madama e il cui avanzamento è osteggiato da centinaia di emendamenti del duo Sacconi – Giovanardi, presentati con una intenzione ostruzionistica. Una ostilità che Renzi pensa di poter superare nella speranza di poter incassare  prima della pausa estiva un sì pesante. Una ostilità, quella della destra cattolica, che indirettamente afferma il ruolo centrale che in questa vicenda sta giocando il Pd, in particolare quei cattolici “adulti” che nella stagione di Ruini erano stati messi ai margini. Come il senatore Giorgio Tonini, già presidente della Fuci, renziano della prima ora: “Il Pd che, con l’Ulivo, era nato per unire laici e cattolici, dimostra di essere un partito a vocazione maggioritaria capace di unire su questi temi divaricanti, trovando una sintesi tra le giuste rivendicazioni dei diritti gay e la altrettanto legittima preoccupazione della Chiesa per il rispetto del matrimonio e della famiglia”.

 

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Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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La Nuova Ecologia - il mensile di Legambiente di luglio-agosto 2015




Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
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