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Quelle vite come puntini nell'azzurro

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Migranti, l’unica risposta possibile è quella dell’efficienza, accogliere queste genti
per quanto è possibile, trattandole come gli altri, non peggio e neppure meglio

 

Non ci restano che le fotografie. Le parole non sono più d’aiuto, neppure quelle che noi media usiamo per rendere l’idea. I concetti di apocalisse, ecatombe, o di vergogna, sbiadiscono e perdono di forza davanti al ciclico ripetersi di questo esodo biblico in costante divenire, che proprio per la sua continuità viene percepito come ripetitivo e quindi sempre più lontano da noi.

L’assuefazione genera una indifferenza che non è mai salvifica, perché quei bambini, quelle donne e quegli uomini continueranno ad arrivare, nonostante tutto e tutti. Anche questo ci dicono le immagini che li rappresentano come puntini neri nell’azzurro, impegnati a sopravvivere, con la testa appena sopra il filo dell’acqua, alla ricerca di una zattera o di un appiglio in quel combattimento contro il mare che non è più vita e non è ancora morte. Sanno cosa li aspetta. Sono disposti a provarci, a riprovarci. 
L’emergenza, ecco un’altra formula il cui senso ormai evapora, non si può respingere. Al massimo si può controllare. Ma le promesse come quella di usare i cani alle frontiere, vedi alla voce David Cameron, sono soltanto cattiva propaganda simile a quella che si ascolta nei dibattiti televisivi, l’ulteriore segno di un progressivo indurimento dei toni usati dalla politica nei confronti dei migranti. 
Ogni volta che si affrontano questi argomenti arriva puntuale l’accusa di buonismo, concetto che andrebbe comunque rivalutato in quanto confinante con quello di umanità. Certo, le immagini contenute in questa pagina provocano un tuffo al cuore, ingenerando una reazione emotiva che se non altro potrebbe almeno restituire la portata di questa tragedia, l’ennesima, una delle tante, così tante che ormai non le distinguiamo più una dall’altra. Quelle teste sparse nel mare come fossero coriandoli ci dicono però che i cani, e il filo spinato, le guardie armate e tutte le iperboli a fini elettorali, sono altre parole inutili, buone forse per chi le pronuncia cavalcando l’apatia generale, pessime per chi tanto vorrebbe una risposta a un problema tremendo e reale. 

L’unica risposta possibile è quella dell’efficienza, accogliere queste genti per quanto è possibile, trattandoli come gli altri, non peggio e neppure meglio. Tutti insieme, perché non esiste una soluzione senza che l’Europa all’improvviso ricordi la sua tradizione culturale. Ma anche questo è già stato detto. Ogni cosa si ripete, in una tragedia ogni volta più difficile da raccontare. Allora per difenderci dall’indifferenza bisogna aggrapparsi alle immagini, guardare le persone perse nel mare e magari provare a riconoscerle davvero come tali, con le loro storie, le loro speranze, le loro sofferenze. Quelle fotografie sono la nostra zattera . 

 

sito del Corriere della Sera

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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La Nuova Ecologia - il mensile di Legambiente di luglio-agosto 2015




Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
vivere meglio e sprecare meno. Sorella resilienza. Così possiamo cogliere la sfida del cambiamento e salvaguardare la casa comune dell'umanità. All'interno un'intervista a James Lovelock. 


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