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Il patto degli imprenditori nella tendopoli

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di Francesco Alberti

La normalità, per ora, è una luce molto fioca a Cavezzo, nel modenese, uno dei comuni più colpiti dal terremoto del 29 maggio. Ma la data della svolta c’è: giovedì 28 giugno, ore 15.30. Sotto un tendone bianco, con un caldo feroce, i principali imprenditori della zona si sono riuniti con un intento comune: ripartire.Al bar «Luna e Sole» del cinese Du Jinmin, il tifo è rigorosamente antisismico e ai gol di Balotelli si esulta sottovoce: «Sai mai che venga giù qualcos’altro…».
La sera di Italia-Germania hanno messo la televisione sotto il portico («Metti che arrivi una scossa a tradimento…») con il risultato, affascinante e grottesco, di avere un occhio sui ragazzi di Prandelli e l’altro sulle macerie di quello che è stato un supermercato e su una piazza, piazza Martiri, che sembra il set di un film di guerra. «Tengono botta», qui a Cavezzo, nel senso tutto modenese di gente che non si rassegna e non si rassegnerà mai. Ma, accidenti, se sono messi male. Dei 7 mila e rotti abitanti, «più della metà», parole del sindaco Stefano Draghetti, non dormono in casa dalla botta del 29 maggio (5.8 di magnitudo), che qui ha avuto l’epicentro e ha fatto 4 morti.
Non è stato praticamente spostato un mattone da quel drammatico martedì, ma c’è comunque un ordine in tanta devastazione: attorno agli edifici crollati hanno alzato recinzioni, le strade sono state ripulite, la viabilità adeguata ai morsi del sisma.
Anche la gente ha come interiorizzato il terremoto. «Non c’è più bisogno di ricordare agli abitanti di camminare lontano dai muri e da qualsiasi cosa possa crollare» dicono i vigili del fuoco. E soprattutto tra i giovani sta crescendo una nuova leva di esperti in crepe: «Quelle a croce sono le più pericolose perché hanno intaccato le strutture portanti» racconta Lucrezia, 21 anni, che ha seguito passo per passo la verifica d’agibilità dei tecnici nella sua abitazione («Com’è andata? Inagibile»). E all’ingresso del paese, tra due casolari azzerati e un pezzo di strada sfregiato da un’enorme crepa, hanno messo un cartello per gli automobilisti dall’acceleratore facile: «Ragazzi, andate piano, che siamo già abbastanza scossi…».
La normalità, per ora, è una luce molto fioca. Incerta e tremolante come quelle poche che di notte balenano in qualche vicolo del centro storico a segnalare le rare presenze umane che sfidano la paura del sisma e i divieti della zona rossa. «Però il cammino verso la normalità è iniziato» dice il sindaco Draghetti, 43 anni, pd al secondo mandato, nell’altra vita consulente legale di una grande azienda. E di questo inizio, che fino a qualche giorno fa non era per niente scontato (tante le Cassandre che parlano di «desertificazione industriale») ora si può con esattezza fissare il luogo e il momento: giovedì 28 giugno, ore 15,30.
Un tendone bianco, un caldo assassino, una decina di presenti e un tavolo di relatori che qui a Cavezzo nessuno avrebbe mai sognato di mettere insieme. Tutti imprenditori. E che imprenditori. «È come avere a tavola l’intero Pil della zona» gonfia il petto il sindaco. C’è Wainer Marchesini, presidente della Wam Group (meccanica, 57 filiali, 1800 dipendenti, 700 in Italia). Alberto Mantovani della Mantovanibenne (produce cesoie per abbattere gli edifici pericolanti), 60 dipendenti, stabilimenti in Brasile, Cina e Francia. E poi Roberto Casari, presidente del colosso cooperativo Cpl. E Rodolfo Barbieri di Menù (alimentari), 250 dipendenti, 30 mila clienti. E Marco Bombarda di Acetum. Tutta gente che ha lo stabilimento in zona e che in questo pomeriggio di afa e macerie è venuta qui per dire: «Noi non andiamo via, non delocalizziamo: rimettiamo in sesto le cose e ripartiamo». Lo sanno cosa li aspetta: «Una botta del genere fa invecchiare di colpo… — sospira Casari — Mi chiedo: se a Cavezzo ci sono voluti 20 anni per 7 chilometri di tangenziale, quanto ci vorrà ora per ripartire?». Ma non vogliono alzare bandiera bianca. Barbieri, titolare di Menù, ha 30 mila metri quadrati di capannoni da rifare, la produzione ferma e «la concorrenza che mi morde i piedi», ma è pronto a metterci una camionata di milioni «pur di ripartire in ottobre». Certo, lo Stato.
Come dice Draghetti, «2,5 miliardi in tre anni non bastano: ci vogliono incentivi, sconti sull’Iva, ben altro: bisogna soprattutto far capire a Roma che un euro investito da noi renderà il doppio, anche se siamo consapevoli che il piatto piange…». Lo interrompe Marchesini: «Alla fine comunque faremo da soli. Tre giorni dopo la scossa, avevamo già scoperchiato i capannoni lesionati e messo al lavoro 100 persone e 8 gru: a settembre si parte».
Ci vorrà un po’ di più per riaccendere i motori del paese. Dalle recinzioni che delimitano piazza Matteotti e la zona rossa penzolano messaggi, biglietti e lenzuola colorate da graffiti. Non esistendo più edicole, in paese si comunica così. C’è l’elenco delle poche botteghe aperte («Presenza frammentarie e isolate» dice l’assessore Cristina Ferraguti). C’è l’appello del pensionato che cerca il cane scappato durante il sisma. E quello della signora che protesta contro il Comune, reo di averle abbattuto la casa «senza avvertirmi». Il vecchio centro storico è ostaggio della chiesa e del campanile, entrambi pericolanti. Fuori uso 4 delle 5 scuole (due elementari, una materna e una media) e il sindaco Draghetti deve avventurarsi in una sorta di puzzle per incastrare tutto: «Dunque, il Municipio sarebbe agibile se non fosse per una torre civica che rischia di crollare: se demoliamo la torre, riacquisto il Municipio, attualmente spostato nell’unica scuola materna rimasta intatta, e così mi si liberano alcuni locali…». Poi c’è da trovare un posto per lo storico mercatino domenicale, che risale al 700 e richiama una media di 8-10 mila presenze. Funzionano a pieno ritmo le due tendopoli ufficiali, ma il grosso degli sfollati si è organizzato autonomamente nei giardini, nei parchi, nei campi. «Siamo arrivati a preparare anche 4000 pasti al giorno. Non sarà semplice convincerli ad andarsene» sospira Draghetti. Lunedì le ruspe tireranno giù un condominio di tre piani. E dall’altra parte della strada, la gente già prepara la fila di sedie. Cinema Cavezzo.
Sperando nel lieto fine.

sito del Corriere della Sera

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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