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Rapiti dai pirati, foto choc. Paura a Procida: li uccidono

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«Non ci abbandonate... Non possiamo più aspettare, il rischio è che può succedere qualcosa di irreparabile, violenze che non meritiamo… Questi mangiano erba, possono avere reazioni particolari… Noi preghiamo il Signore, ma non ce la facciamo più, fate presto. E se non riuscissi più a tornare, Nunzia, ricorda che ti ho amato sempre». Un sommesso «ciao» alla figlia Libera, 14 anni, che dice al padre di sognarlo tutte le notti, poi la telefonata si interrompe bruscamente. E da allora - dal 16 giugno scorso -, fino a ieri, il silenzio.

Nell'ultima toccante telefonata ricevuta 54 giorni fa dalla moglie Nunzia Nappa - che ha avuto la prontezza di spirito di registrarla - è stanca la voce di Giuseppe Lubrano Lavadera, 47 anni, il comandante della Savina Caylyn sequestrata l'8 febbraio scorso dai pirati somali a 880 miglia dalle coste della Somalia. Ventidue gli uomini di equipaggio, 17 indiani e 5 italiani, tra i quali il direttore di macchina Antonio Verrecchia, 62 anni, di Gaeta; l’allievo di coperta Gianmaria Cesaro, sorrentino, classe 1985; il triestino Eugenio Bon, 30 anni, primo ufficiale di coperta; il terzo ufficiale di coperta, Crescenzo Guardascione, 40 anni il 19 agosto, procidano come il comandante Lubrano Lavadera: uomo mite e legatissimo alla famiglia.

La telefonata fa il paio con un fax inviato il 9 giugno scorso dai pirati alle famiglie di tre uomini dell'equipaggio (Bon, Cesaro e Guardascione) con 5 foto dei prigionieri sotto la minaccia di mitragliatrici Rpg puntate loro contro da alcuni pirati (ragazzi di 15, 16 anni, dicono i familiari dei sequestrati) a viso coperto da kefiah e casco da lavoro di bordo, le «collane» di cartuccere al collo.

Nelle foto, i tre italiani sono scalzi, seduti per terra, i polsi prima liberi poi legati da grosse cime; due di essi hanno la barba lunga, gli sguardi ben aperti verso l'obbiettivo. In alcune immagini hanno la maglietta, in altre sono a torso nudo e stringono un pugno di riso in mano, in altre ancora mostrano delle taniche. Non hanno l'aria denutrita né segni di violenza sul corpo: «A evidente scopo dimostrativo intimidatorio», spiegano i familiari che non hanno finora mai mostrato a estranei quelle foto dei loro cari, forse portati a terra per la «messa in posa» dei pirati.

Più drammatica, invece, la telefonata - lunga circa 20 minuti - del comandante Lubrano Lavadera, che quasi detta alla moglie, in 5 punti, le condizioni poste dai sequestratori per la loro liberazione, intervallando momenti di scambio affettivo con la compagna di vita che, con un filo di voce, lo sostiene e lo conforta, a sua volta provata dagli alti e bassi di speranze e disillusioni vissute negli ultimi mesi.

Il comandante raccomanda di concludere al più presto le trattative «sennò sono guai» («violenze», spiega alla moglie che chiede precisazioni); dice che il cibo, già razionato, è stato ancora ridotto; racconta della scissione tra due gruppi di pirati che non trovano accordo su come dividere i proventi dei prigionieri, e del ferimento di un giovane somalo da lui stesso medicato; afferma di aver visto la nave Horna, ancorata a due miglia da loro, incendiarsi dopo uno scontro a bordo tra i pirati; e al penultimo punto, annuncia che «per ogni mese di permanenza in più la richiesta di riscatto aumenta di 250mila dollari al mese».

Ma c'è un ultimo punto, che ha letteralmente scioccato Lubrano Lavadera e il direttore di macchina: «Abbiamo ricevuto la macabra minaccia - sottolinea, la voce più esitante - di decapitazione di un membro dell'equipaggio se non verranno esaudite le richieste di riscatto». Ecco perché, invocano i familiari, «il tempo stringe».

E la pazienza (di prigionieri e congiunti) si assottiglia ogni giorno che passa. Nunzia Nappa (con gli altri familiari dei rapiti) ha deciso di rompere il silenzio, perché le trattative giungano a buon esito. Non a caso, oggi c’è l’incontro delle famiglie in Comune, a Procida, per organizzare una manifestazione davanti alla Farnesina.

sito del Mattino

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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