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Pioggia d'oro sul Colosseo per un futuro stile Las Vegas

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Non si trovano i soldi per la manutenzione ordinaria di Roma ma ci sono ventuno milioni per cominciare a coprire l’arena gladiatoria del Colosseo a riprova che sempre il kitsch è il figlio ricco e storpio delle crisi economiche. Diciotto milioni e mezzo verranno dunque stanziati dal ministero come “finanziamento di necessità e urgenza” e altri due e mezzo saranno sottratti ai restauri dello stesso Colosseo pagati dalla Tods di Diego Della Valle. Il Consiglio Superiore dei Beni Culturali ha così deciso di assecondare il famoso twett con il quale Dario Franceschini nel novembre dello scorso anno comunicò all’Italia la sua voglia di ricostruire l’arena, ridare un suolo al sottosuolo e ricomporre la forma, l’ellissi perfetta che senza il pavimento non si percepirebbe più perché il fondo ruba la scena con i suoi corridoi, i suoi ruderi sbocconcellati, il suo mistero di labirinto. Con un ruggito da marketing nel comunicato di ieri Franceschini parla addirittura di “richiesta mondiale” e immagina sopra quell’arena-palcoscenico, quando sarà finita, “spettacoli di altissimo livello culturale”. Il linguaggio, come si vede, ci porta già a Las Vegas.
Il Consiglio Superiore dei Beni Culturali, che ai tempi di Salvatore Settis fu il combattivo organo di controllo, una specie di assemblea di cani da guardia, oggi è una paludata consulta formata da otto presunti ‘supersaggi’ e sette astuti funzionari, una sorta di cerchio magico del ministro presieduto dall’ archeologo medievista Giulio Volpe, che di Franceschini è il piccolo Gianni Letta o ,se preferite la modernità, è il Luca Lotti, ma in cattedra. “A nome del Consiglio esprimo grande apprezzamento per la destinazione di queste risorse … e per l’ operazione fortemente innovativa” ha dichiarato ieri il professore Volpe lodando il ministro e lodandosi.
Il piano economico del ministro, che è nazionale, prevede una spesa totale di 80 milioni: 18 per il completamento dei Grandi Uffizi, 7 per il Polo Reale di Torino, 7 per il Museo della Shoa di Ferrara, 5 per il museo della navi di Pisa, 2 per il museo dell’arte contemporanea dell’Aquila. E ancora 1,5 per il museo archeologico di Aquileia, un milione nella Villa Romana di Spello, 7 nella Certosa di Pavia, 7 nell’Arsenale pontificio di Roma, 3 nel ponte degli alpini di Bassano e 3 nel museo archeologico di Cabras. Come si vede l’intervento più “urgente” e più costoso di tutti è la copertura dell’ arena del Colosseo, che non è un restauro ma un rifacimento, uno scenografare, il segno che Franceschini vuol lasciare a Roma, perché come dice il mitico Gracco nel Gladiatore di Ridley Scott “ il cuore pulsante di Roma non è certo il marmo del Senato ma la sabbia del Colosseo”.
Dunque Franceschini e i suoi professori prevedono che i primi due milioni e mezzo, quelli sottratti ai lavori finanziati dal mecenatismo di Della Valle, vengano impiegati “per le indagini conoscitive sullo stato idrogeologico e strutturale” perché, come gli fece notare la direttrice Rossella Rea, “nel Colosseo sotto il Colosseo c’è l’acqua, il fosso di san Clemente si chiama: un fiume che ,quando piove, esonda, e in pochi minuti riempie tutto e dunque potrebbe fare saltare l’eventuale nuova copertura dell’Arena come un tappo”. Ecco perché ora il ministro ha stabilito, come primo intervento, “il risanamento idraulico e strutturale degli ambienti ipogei dell’anfiteatro”. Ma già “durante lo svolgimento di questi lavori conoscitivi e di risanamento sarà bandito un concorso internazionale per il progetto della nuova arena”, una gara di architetti per una struttura di materiali comunque pesanti – di cemento sarebbe irreversibile – un ripristino creativo dell’antichità e del mito di Roma che nemmeno Mussolini aveva immaginato. E quanto costerebbe una struttura leggera e durissima, resistente al peso ma removibile? Ed esiste una struttura di questo genere? E questo Colosseo hi tech sarebbe un ritorno al passato o al futuro?
Nel Colosseo, che quest’anno sfonderà il record dei sei milioni di visitatori, con un ricavo di circa cinquanta milioni di euro, gli architetti si esibiranno dunque in un accanimento progettuale, finanziato come urgente e necessario. Perché? Il Colosseo è già il monumento più visitato e più lucroso d’Italia. Con il bel restauro di Della Valle e con la cacciata dei puzzolenti carrettini di porchetta e dei finti gladiatori con la scopa in testa, di urgente e necessario ci sarebbero i bagni per liberare i visitatori dall’incresciosa pratica di mingere ad murum. E forse urgenti e necessari sarebbero pure un elegante caffè ristoro e dei book shop più dignitosi. Di sicuro sono urgenti e necessarie la coscienza, la responsabilità sindacale e le punizioni severissime che impongano l’apertura anche durante le feste e le agitazioni di categoria. E invece, come Scrisse Ermann Broch che nulla sapeva di mafia capitale e dell’attuale degrado di Roma: “Tutti i periodi storici in cui i valori subiscono un processo di disgregazione sono periodi di grande fioritura del kitsch. La fase terminale dell’Impero romano ha prodotto kitsch… Sempre il kitsch è destinato a imbellettare e falsificare le cose. Il kitsch è nevrosi da artista mancato”.
Alcuni mesi fa, l’archeologo Daniele Manacorda, a cui si deva l’idea originale di “ricostruire il Colosseo così com’era”, si spinse a ipotizzare sul rifacimento di quell’arena “ogni possibile evento della vita moderna, magari gare di lotta greco-romana, o una recita di poesie, o un volo di aquiloni”. E James Pallotta, intervistato dalla Cnn, annunziò per l’inaugurazione “una partita della Roma contro il Bayern o il Barcellona: potremmo avere 300 milioni di persone che vogliono guardare da tutto il mondo il calcio nel Colosseo. Per loro faremo una pay-per-view: 25 dollari a testa”. Insomma l’arena del Colosseo, prima ancora d’essere finanziata e progettata, mostrò subito questa sua natura kitsch perché ,come ha spiegato Gillo Dorfles “il kitsch entra sempre in sintonia con il proprio tempo attraverso una forte empatia simbolica e culturale”.
E infatti, come al solito, nell’Italia dei guelfi e ghibellini, gli archeologi e gli architetti si divisero in scuole ideologiche contrapposte, rifacitori contro restauratori, feticisti della pietra sacra contro fanatici dell’uso e del riuso, e l’Arena di Verona (abusata) venne contrapposta al Tempio di Selinunte (smozzicato e non toccato). Davvero sembrava di essere nell’Ottocento, da un lato il romanticismo conservativo di John Ruskin e dall’altro il romanticismo creativo di Viollet-le-Duc, senza mai notare che nello stesso Colosseo convivono, ai due estremi del terzo anello, un muro di mattoni che ‘congela’ le arcate, e all’opposto il rifacimento piramidale all’identique (sempre in mattoni) di Valadier. La direttrice Rossella Rea, che non ha paura del riuso e neppure della conservazione, mise in guardia il ministro: “Tutto si può fare, se ne vale la pena. Ma ne vale la pena?”.
Di sicuro sparisce dal piano di necessità e urgenza, che sono i requisiti previsti dall’articolo 7 della legge impropriamente chiamata Art Bonus, il completamento della Domus aurea, il cui parziale restauro sta già andando terribilmente in malora. E sparisce tutto ciò che di urgente e necessario ci sarebbe da (ri)fare non solo a Roma dove le Mure Aureliane e gli scavi della Cripta Baldi sono ormai un’emergenza assoluta. Lo sono anche le Mura di Volterra. E la bellissima Caulonia che il mare si sta portando via. E le Basiliche precristiane di Cimitile. E il santuario di Ercole Curino. E il porto di Tarquinia. E Megara Hyblea. E le mura etrusche di Roselle. Ci sarebbero pure i sotterranei di Caracalla, il disastro idrogeologico di Ostia antica, i mille sbriciolamenti, Villa Adriana… Ma vuoi mettere Caulonia o Volterra con il Colosseo dove il Gladiatore di Ridley Scott Franceschini dice: “A un mio segnale, anzi a un mio twett, scatenate l’inferno”.

sito di Repubblica

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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