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"Poco male, a perderci saranno solo gli speculatori"

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“Io è due anni che lo dico che i dati sulla crescita cinese sono taroccati. Ed è due anni che non investo sulle borse cinesi”.  Alberto Forchielli risponde da Hong Kong dove dal 2006 guida la Mandarin Capital Partners. Vista coi suoi occhi la bolla cinese “era scontata ed è molto meno grave di come la dipingono: a perderci  saranno sono solo i finanzieri coglioni di tutto il mondo, qualche grande industria tedesca, non le nostre medie e piccole “ con “l’incognita di come reggerà il sistema di potere del partito”.

 

Forchielli, lei è ormai conosciuto per i suoi modi spicci. Dica la verità: se l’aspettava un tonfo del genere?

 

Oggi no, ma prima o poi si. È ovvio che ci sarebbe stato. Il mercato azionario cinese è troppo alto. Da un anno e mezzo il partito ha iniziato a magnificare la Borsa e tutti si sono messi a comprare. D'altronde in un paese che cresce ininterrottamente da 35 anni, chi mai metterebbe in discussione il governo? Per gli imprenditori cinesi e per i fondi di tutto il mondo era come mettere i soldi in una Cassa di risparmio. In Cina “l’effetto mandria” è fortissimo: tutti hanno iniziato a comprare portando le azioni a livelli pazzeschi. Qualche mese fa i più intelligenti hanno capito che tutto era drogato e hanno iniziato a vendere. A giugno il governo ha messo 150miliardi per cercare di riprendere la situazione ma è chiaro che lo ha fatto in modo artificioso”.

 

Quindi per lei la responsabilità maggiore della crisi è del governo cinese?

 

“ Ma certo. Ha fatto due errori: prima ha pompato la Borsa in modo incredibile ed ingiustificato per dimostrare di essere anche una potenza finanziaria. Poi ha speso una barcata di soldi per tamponarela crisi. Ma anche se ordini alla aziende cinesi di comprare, mica possono farlo in eterno. Non è che dopo che hai chiesto ai privati di entrare in Cina , ora decidi di ri-nazionalizzare tutto! Sono matti se pensano che possa funzionare”.

 

Ora però le conseguenze sono globali. Lei come si sta regolando? Come si muove nella crisi? Investe ancora?

 

“Noi non banchiamo in Cina da anni perché sappiamo benissimo che esiste un eccesso di risparmio. Facciamo solo investimenti strategici finanziando imprese italiane che vogliono comprare aziende cinesi, come nel caso della Gasket (industria italiana, ora di proprietà francese, leader nelle valvole industriali, ndr) o della Dedalus (azienda fiorentina, leader nel software sanitario). Mantenendoci ben alla larga dalla Borsa”.

 

Le imprese italiane che esportano in Cina però sono a rischio? O no?

 

“Beh, diciamo che possono risentire di questa crisi quelle piccole e medie industrie che fanno macchine industriali e quelle che fanno lusso. Ma i nostri imprenditori non sono cretini: da tempo sanno che la crescita era taroccata. È il mondo che se ne accorge adesso. Per questo uno come Della Valle con Tod’s ha già assorbito le perdite l’anno scorso e quest’ anno se ne sta tranquillo compensando con la crescita di altri mercati. A rimetterci molto di più sono soprattutto i tedeschi, specie nell’automotive. Diciamo che il fatto che come imprese italiane non abbiamo sfondato in Cina questa volta è un vantaggio: ci para il culo dagli effetti di questa crisi”.

 

Secondo lei il governo cinese(con la Banca Nazionale) è in grado di cambiare strategia in corsa e salvarsi? Magari con l’aiuto della FED che procrastinerà l’aumento dei tassi…

 

In Cina ci sono 25trilioni di dollari di risparmi. Una cifra così neanche il partito è più in grado di controllarla. Anzi, il regime corre qualche rischio…”.

…Pensa che la crisi potrebbe far crollare il sistema del potere cinese?

 

“c’è molta preoccupazione che si possa incrinare il consenso. Qualcosa si legge anche sulla stampa: ci sono critiche aperte sulla gestione di quello che sta avvenendo. Non si sa se si tratti di una lotta tra bande all’interno del partito o del modo in cui Xi (Xi Jnping, presidente della repubblica e segretario generale del partito) cerca di recuperare consenso. Ma il rischio che si incrini il sistema di potere è reale. Vedremo nei prossimi mesi cosa accadrà: è un sistema unico al mondo e quindi fare previsioni è difficile”.

 

Secondo lei esiste una ricetta per evitare una crisi globale?

 

“Ma, guardi, il modo migliore è lasciare che la crisi vada avanti. Mi aspetto una o due altre botte secche con giornate come questa con cali delle borse, ma niente di che: non è che le banche rischino di crollare. La conseguenza globale sarà una diminuzione della crescita mondiale, ma anche quella era scontata perché le stime erano un po’ drogate dal Pil cinese. In fondo non è che questa crisi cinese sia una gran tragedia: ci sarà un po’ di deflazione ma così i salari e il potere di acquisto aumenteranno. A perderci saranno solo qui coglioni di finanzieri che di economia reale non capiscono una mazza. Poco male. Anzi…”.

 

 l’Unità

 

 

 

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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