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Precari - Delirio etimologico: prega e quindi lavora

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Delirio etimologico: Prega e quindi lavora  

È stupefacente come, talvolta, l’analisi di una parola possa aprire inediti e sorprendenti scenari su situazioni che quotidianamente viviamo o ci circondano. È il caso della parola precarietà. Termine con il quale si indica la condizione di chi, involontariamente, vive una situazione lavorativa caratterizzata allo stesso tempo da due fattori di insicurezza: la mancanza di continuità di lavoro e la mancanza di un reddito adeguato a poter pianificare vita presente e futura. Un fenomeno che sta drammaticamente dilagando nella nostra società e che riguarda oggi un vero e proprio esercito, di giovani e meno giovani.

Ora, se analizziamo l’origine della parola, e ne cerchiamo l’etimologia, scopriamo che precario deriva dalla parola latina prece, ovvero preghiera. Scopriamo che in principio il precario era colui che pregava e che precarium significava ottenuto con preghiera, concesso con una grazia. Quindi, se volessimo attenerci alla definizione originaria, potremmo arrivare a inquadrare il precario contemporaneo come colui che prega per ottenere la grazia di un posto di lavoro. Straordinario! Illuminante! Stupefacenti le suggestioni che questa scoperta evoca nella mia mente.

Prima di tutto la domanda: chi è l’entità superiore che questa grazia deve concedere o, quanto meno, fare in modo che venga concessa? Lo Stato? Il datore di lavoro? Gli imprenditori? Il politico di turno? La società in generale?

Una domanda che allo stato attuale delle cose stenta a trovare risposta, e che induce i più alla sacrosanta tentazione di riconoscere nel soggetto che la grazia del lavoro deve concedere un’entità sacra, divina e inaccessibile. Una visione non poi così lontana da quella che aveva del suo datore di lavoro il ragioniere più famoso d’Italia, Ugo Fantozzi e che - forse vale la pena di ricordare - quando osò pronunciare le tesi di un sindacalista sui diritti del lavoratore, fu crocifisso in sala mensa.

In questo senso allora, non sarebbe neppure sbagliato cominciare a vedere uffici di collocamento, agenzie di lavoro interinale, uffici delle risorse umane… come luoghi sacri e di culto, dove i precari si recano per ottenere la grazia – un posto di lavoro, per l’appunto – con immancabili oboli in mano, curriculum vitae, lettera di presentazione e, per chi ce l’ha, lettera di raccomandazione.

E a qualcuno potrebbe anche venire l’idea – perchè no - di attrezzare i suddetti luoghi di altari, inginocchiatoi, ma soprattutto di confessionali, dove i precari potrebbero espiare le colpe che non li rendono degni della sospirata grazia a figure professionali appositamente formate. Avremmo, in questo modo, addirittura creato un nuovo sbocco lavorativo.

E a ben pensarci potremmo arrivare a fare dell’esercito di precari un vero e proprio ordine religioso. Oppure a farne una derivazione di quello già esistente dei benedettini, non foss’altro per quel motto ora et labora che, con una piccola modifica, ovvero intendendo quell’et non come congiunzione ma come nesso di causa, potrebbe risultare calzante e appropriato slogan dei precari: prega e quindi lavora.

Ma c’è di più. Proseguendo su questa strada, inevitabilmente, si giungerebbe alla necessità di una modifica del nostro atto costitutivo, e in particolare, di quell’articolo che recita “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”. Per rispetto della verità, e soprattutto di quell'esercito di giovani e meno giovani, infatti, l’articolo dovrebbe diventare “L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e, in parte, sulla preghiera”, con conseguente ulteriore indebolimento della già precaria idea di laicità dello stato e gaudio di chi a questa soluzione lavora da tempo.

Il quadro è indubbiamente inquietante. Ma due consolazioni restano. La prima è la speranza. Chi prega, infatti, è solitamente animato da fede cieca e spassionata e, anche in assenza di grazia immediatamente ricevuta come conseguenza delle sue preghiere, continua a credere e pregare. La seconda è la preghiera che, per chi prega, è in sè maniera di placare ansie e nutrire lo spirito. Nessun dubbio sul fatto che il popolo di precari sia formato da gente di speranza, qualche perplessità sulla capacità della preghiera di nutrire, oltre lo spirito, anche la pancia. Ma, per fortuna, questo è solo delirio etimologico … Amen!

Laura Fusca

Credits

A cura di Loredana Rotundo
Regia di Diego Marras

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