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Lo scandalo del torrente Carrione

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Anche l’iultima alluvione è scolpita nel marmo. Come le altre che l’hanno preceduta, nel 1936, nel 1952, nel 1982, 1985, 1992, 1996, 2003, 2009 alla vigilia di Natale, 2010 (due volte), 2012 (tre volte), 2013 e via esondando fino a ieri mattina, seconda tappa del consueto calvario annuale dopo quella di fine luglio.

La causa di tutti i mali è un fiumiciattolo che con un paio di giorni soleggiati riprenderà presto il suo aspetto di rigagnolo, con un alveo così secco che d’estate i bambini del centro storico ci giocano dentro a pallone. Il Carrione non è il Mississipi, e neppure il Po. Ma nei suoi 20 chilometri scersi di lunghezza scorrono anche errori, sviste, omissioni e peccati che ne fanno a pieno titolo un fiume molto, ma molto, italiano.

“Il quesito proposto richiede se l’evento alluvionale sulla città di Carrara da parte del suo torrente sia stato condizionato, nell’entità dello straripamento e dei danni, da opere dell’uomo. La risposta, alla luce delle indagini, non può che essere affermativa”. Quella del 27 settembre 2003 fu la peggiore. Il fiumetto , qui lo chiamano così, saltò ovunque in città. Morì nonna Ida Niccolai, trascinata dalla piena. Crollò un palazzo storico, ci furono danni per 250 milioni di euro. “Nel bacino del Carrione sono presenti settori costituiti da detriti derivati e/o connessi con l’attività estrattiva del marmo che fornendo abnorme contributo di materiali solidi hanno provocato straripamenti e danni. Le attività estrattive rappresentano un elemento determinante nella connotazione dell’evento alluvionale”.

I 20 chilometri del Carrione fanno una serpentina dalle Alpi Apuane al mare attraverso 140 cave di marmo. Nel 1960 i lavoratori del settore erano seimila, oggi 600. Il dato indica solo la prevalenza delle macchine, che aumentano la produzione e il conseguente scarto del materiale destinato a contendersi l’alveo del fiume con l’acqua. Il marmo è stato e continua ad essere il centro di gravità di Carrara. I tre magistrati che condussero l’inchiesta del 2003 non riuscirono a trovare consulenti che non avessero già collaborato con marmisti, segherie o aziende dell’indotto. Per questo si rivolsero a due tecnici “stranieri”, il geologo Alfonso Bellini e l’ingegnere Pietro Misurale, genovesi.

La loro perizia è un elenco di 93 foto che testimoniano l’occupazione sistematica dell’alveo naturale del torrente da parte dei depositi dei rifiuti di lavorazione, con l’acqua costretta spesso a scorrere sui ravaneti, i cumuli di detriti parte integrante del paesaggio. (…) C’è l’incredibile strettoia creata nell’alveo da una piattaforma di cemento sulla quale sorgono due tralicci, che aveva ridotto il bacino da trenta a quattro metri di larghezza. Edifici, strade, attraversamenti. Il torrente è stato strozzato  in ogni modo possibile. Quasi tutti gli scempi immortalati dalle 93 fotografie sono ancora al loro posto. (…). A Carrara il marmo non si tocca…. (…)

 Dal Corriere della Sera del 6 novembre 2014

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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