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Un esercito di ragazzi via dalle aule. Perché Napoli non riesce a guarire

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Rione Traiano, Forcella, la Sanità: Napoli ha una grande periferia nel cuore della città e questi, da sempre, ne sono i quartieri simbolo. Oscurati per oltre un ventennio dalla Scampia delle vele “sgarrupate”, delle faide e delle fiction di camorra, questi quartieri un tempo dominati da boss come Giuliano, Misso o Mazzarella, sono tornati a far paura. È qui che ora si spaccia. E si spara: anche con i Kalashnikov. Alla Sanità, quartiere troppo frettolosamente dipinto come «risorto», domenica è stato ammazzato il diciassettenne Gennaro Cesarano. Ieri i funerali. Mille persone in piazza, padre Alex Zanotelli che dice: «Dobbiamo far qualcosa per cambiare le cose», e uno striscione con la scritta: «La camorra ci ha ucciso» strappato con protervia e portato via.

Napoli riannoda dunque i fili della sua storia peggiore. E riaffiorano tre vizi capitali. Il primo. Eludere il problema della repressione. Guai a parlare di “militarizzazione” dei quartieri di camorra. Una parte dell’opinione pubblica non gradisce. Eppure, ecco cosa dice Ernesto Albanese, dell’associazione “L’Altra Napoli”, che da dieci anni collabora con padre Antonio Loffredo proprio alla Sanità. “Cerchiamo di valorizzare talenti, ad esempio con l’orchestra giovanile Sanitansamble, o con la scuola di teatro. O con le visite guidate alle catacombe di San Gennaro: 60mila turisti paganti in 4 anni, 20 ragazzi occupati. Ma la cosa che sconforta è che ancora manca un costante presidio del territorio”.

Il secondo. Cantare troppo presto vittoria. A giugno ci sono stati sessanta arresti a Forcella. Sgominta la paranza dei bambini, titolarono i giornali, perché molti di quelli presi erano giovanissimi. “Adesso bisogna occupare gli spazi che noi abbiamo liberato e riconsegnarli alle persone oneste”, commentò nell’occasione il procuratore Colangelo. Liberato? Pochi giorni dopo, il 4 luglio, viene ammazzato il baby boss Emanuele SIbilio, e si ricomincia daccapo.

Il terzo. Concepire la Camorra solo in relazione alla corruzione politica. Come se  senza questa non potesse esserci quella. UN errore già commesso da Bassolino, quando divenne sindaco negli anni ’90, e ora ripetuto da De Magistris, quando rimprovera a Saviano di identificare Napoli con Gomorra, o quando dice che “Napoli non è meno sicura di Milano”. E’ vero: i dati del Viminale elaborati dal Sole 24 Ore dicono che nella classifica del rischio la prima è Milano. Napoli è la quarantunesima. Qui si commettono 4.370 reati ogni 100mila abitanti. A Milano 8.345. A Roma 6.400. Ma allora perché, a sparatorie avvenute, dichiarare l’emergenza e chiedere sostegno al governo?

Come è ormai evidente, la Camorra sfugge non solo allo Stato e ai calcoli statistici, nma anche alle semplificazioni e strumentalizzazioni politiche. Jason Pine, antropologo newyorkese autore di The art of making do in Naples, l’ha studiata sul campo per dieci anni. Risultato: “Ogni volta che pensavo di avere capito qualcosa – confessa – qualcuno contraddiceva la mia idea, anche magari la stessa persona che aveva affermato quel che credevo di aver capito”. E infatti Alessandra Clemente, giovane assessore comunale che si occupa dei giovani, non si dà pace. Nel ’97, nel corso di una sparatoria, la Camorra le uccise la mamma, Silvia Ruotolo. Allora Alessandra andava alle elementari. Era appena tornata da scuola, sentì un rumore secco proveniente dalla strada, si affacciò e vide la madre accasciarsi abbandonando lentamente la mano di Francesco, suo fratello. “Spero non accada mai più”, scrisse Alessandra in un tema. Macché. Oggi la Campania conta 100 clan camorristici, solo Napoli ne ha 50. “La ragione — spiega Alessandra — è semplice. Mia nonna, a vent’anni, cuciva i guanti alla Sanità. Lavorava. Ora fabbriche non ce ne sono. E in più si è allentato il rapporto con la scuola per effetto dell’abbandono e della dispersione. Il risultato è un esercito di ragazzi ombra: io li chiamo così. Non più a scuola, non ancora in carcere. Nessuno sa quanti siano veramente, dove siano, e cosa facciano”. E allora? Raffaele Cantone Abbiamo fatto dilagare la dispersione scolastica: è qui che si forma il serbatoio della camorra «Io — risponde — mi impegno notte e giorno, il sindaco de Magistris mi ha voluto per questo. Ma se posso dirlo, spero ne arrestino molti e il prima possibile, perché molti di questi ragazzi sono morti che camminano... Almeno l’arresto gli salva la vita». Anche per Raffaele Cantone, presidente dell’Anticorruzione, il punto centrale è l’evasione scolastica. “L’abbiamo fatta dilagare a livelli che non sono da città italiana, mentre è qui che si forma il serbatoio della Camorra”.

Nella top ten delle scuole italiane in cui si boccia di più, elaborata dal sito Skuola.net, ce ne sono ben cinque di napoletane. Al primo posto svetta l’Istituto professionale De Sanctis, con oltre il 58% di bocciati. Metà bocciati e metà promossi, invece all’Istituto tecnologico Elena di Savoia, che si qualifica a mezza classifica anche per l’indirizzo turistico. Ottavo e non posto, infine, per gli istituti professionali Bernini e Colosimo. Cinque su dieci. Uno scandalo nazionale. Ma era così anche l’anno scorso. Rossella Grasso, praticante giornalista, ne fece una video inchiesta. Le hanno dato anche un premio, ma a Milano, il Sara Bianchi. Punto. In quell’inchiesta, un prof raccontava di un ragazzo con troppe bocciature e troppe assenze non più accettato come iscritto alla scuola. Lo stesso ragazzo, l’anno successivo, si è presentato, per giorni e giorni davanti ai cancelli dell’Istituto. Si faceva vedere, e se ne andava.

I ragazzi in cura, o in osservazione, presso il nucleo operativo distrettuale di Rione Traiano, diretto dal neuropsichiatra infantile Camillo De Lucia, sono 7.757, più di un contingente europeo in un teatro di guerra. Hanno problemi di adattamento o gravi ritardi nell’apprendimento. Li segnalano i genitori o, più spesso, le scuole. Davide Bifolco, ucciso a settembre nel corso di un inseguimento da un militare dell’Arma, era in cura da De Lucia. Poi c’è il problema degli stranieri. Nelle scuole di Napoli, scrive Il Mattino, i figli degli immigrati sono 3.500: quanti a Udine e meno che a Piacenza, mentre a Roma sono 39mila, a Milano 35mila, a Torino 23mila.

Ma a Napoli non si svuotano solo le scuole. Si svuota la città. Vanno via le giovani coppie in cerca di fitti meno cari, vanno via i disoccupati in cerca di lavoro, vanno via gli studenti in cerca di scuole e università migliori, e ora vanno via anche i professori in cerca di stabilità: secondo la Cgil sono 3mila in Campania, almeno 1.600 nel capoluogo. Napoli, ormai scesa sotto il milione di abitanti, è la città con il più alto tasso di spopolamento in Italia. Nel decennio 1982-1991 ha perso 129mila abitanti, più del 10% dell’intera popolazione. C’era stato il terremoto, è vero. Ma il fenomeno è continuato anche nel decennio successivo. Negli anni tra il 1991 e il 2002, la perdita è stata di 83.330 unità. E l’emorragia nons i è fermata neanche quando ovunque c’è stata una inversione di tendenza. Tra il 2002 e il 2011 Roma ha aumentato la sua popolazione di oltre 220mila abitanti; Milano di quasi 70mila, Torno di circa 45mila. Napoli ne ha persi altri 45mila.

Il vuoto più clamoroso però, è quello di Bagnoli. Un quarto di secolo fa la dismissione dell’Italsider. Poi più nulla. Ora c’è il commissario alla bonifica, Salvo Nastasi. C’è voluto un anno solo per nominarlo. E manca ancora l’atto ufficiale da notificare al sindaco, pronto a respingerlo con la bandana in testa. Gli industriali napoletani implorano De Magistris perché collabori con Renzi. Lui non vuole saperne. Caro Renzi sarà guerra, dice. Di carte bollate, in questo caso.


sito del Corriere della Sera 

 

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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