Radio3

Contenuti della pagina

Arsenico in Rete

17/07/2012

slcontent

Ve lo ricordate il batterio all’arsenico? Un anno e mezzo fa la sua notizia fece il giro del mondo. Ma presto cominciarono a circolare sulla Rete critiche e dubbi. Soprattutto nel blog di Rosie Redfield, microbiologa all’università della British Columbia, che sulle pagine di Science torna a confutare l’esistenza di simili batteri. Ma - come ci ha detto la studiosa – oggi è internet lo strumento più prezioso per il lavoro di uno scienziato. L’opinione di Guido Romeo, science editor del mensile Wired.

E poi visitiamo i nuovi allestimenti del Museo di storia della medicina dell’università La Sapienza col direttore Valentina Gazzaniga.

Al microfono Gaetano Prisciantelli.

La musica di oggi è Galop (da Suite per piccola orch. n. 2) di Igor Stravinsky, eseguita dalla Orchestra della Svizzera Italiana, diretta da Yuri Ahronovitch.


*
Rosie Redfield, docente di zoologia alla University of British Columbia. E blogger.
 
Come è nata questa storia?
Quando lessi su Science l'articolo sull'arsenico, feci qualcosa di insolito per me. Mi misi a criticare apertamente quella ricerca. Mi sembrava un articolo tremendo e spiegai perché. A me si unirono altri scienziati, le critiche finirono sui giornali. Sei mesi dopo la rivista pubblicò alcune critiche, inclusa la mia. Gli autori di quello studio misero a disposizione i loro batteri per chiunque avesse voluto ripetere l'esperimento. Siccome nessun altro si fece avanti, mi proposi io. Quindi passai altri sei mesi a osservare i batteri, isolando il DNA. Descrissi tutto sul mio blog e non trovai prove sul ruolo dell'arsenico nella formazione del DNA dei batteri.

Lei è scienziata ma anche blogger. Cosa significa questo per lei?
Gran parte degli scienziati tiene un blog, ma soprattutto per scrivere delle ricerche già pubblicate, o di come la stampa ha parlato di loro. Io invece uso il blog per scrivere dei singoli esperimenti che faccio ogni giorno in laboratorio, e poi anche di come vanno le pubblicazioni e i finanziamenti. Il mio obiettivo è fare in modo che chiunque ne abbia voglia possa venire a vedere il mio blog e poter dire “ecco come si fa la scienza”. Un’altra cosa che fa il mio blog è, siccome descrivo apertamente tutti gli esperimenti, aiutarmi a diventare un esempio per gli altri scienziati. Spero di far capire a tutti che è meglio essere aperti, il più aperti possibile, e che la scienza non si fa di nascosto magari nel timore che qualcuno possa copiare i tuoi segreti. Fare scienza in modo trasparente dà più potere alla scienza perché apre la possibilità che altri scienziati, vedendo quello che stai facendo, si offrano di dare il loro contributo, perché dalla collaborazione viene un potere enorme per la scienza. 

Il lavoro sull'arsenico l'ha fatto per hobby?
In genere i ricercatori godono di una certa flessibilità. Io ho fatto le ricerche sull’arsenico nel mio tempo libero ma mentre facevo queste ricerche mi sono accorta che questo lavoro fa parte pienamente del mio dovere, è parte di ciò che giustifica i soldi che ricevo. Un ricercatore è pagato per usare il suo giudizio nel valutare cose importanti come questa. Le agenzie per la ricerca americane in questo senso sono restrittive, controllano molto il tempo dei ricercatori e come lo trascorrono. Lavorando in Canada posso dire che ho avuto fortuna, le agenzie che gestiscono i finanziamenti sono più flessibili e premiano i ricercatori che si spendono anche fuori dai confini del compito che gli è stato assegnato. 

A quale strumento non rinuncerebbe mai?
Per uno scienziato è internet lo strumento di lavoro più utile. Google è lo strumento di lavoro più utile per tutti noi. Anche se agli studenti diciamo “leggete i libri!”, la possibilità di mettere le informazioni online e di poterle trovare non ha prezzo. Dovremmo tutti contribuire a costruire le pagine di Wikipedia. Nei laboratori abbiamo decine di strumenti, ma nessuno è tanto utile quanto l’internet. L’altra grande opportunità oggi è la possibilità di affidare parte del proprio lavoro all’esterno. Noi sequenziamo molto DNA ma non lo facciamo da soli, mandiamo il DNA al laboratorio qui accanto, o dall’altra parte della nazione, e i risultati arrivano rapidamente, più rapidi di quando ce li produciamo in proprio. 

Come definisce questo suo ruolo di innovatrice?
Al di là delle ricerche che svolgo sui batteri, parte del mio lavoro è aprire la scienza al pubblico. I cittadini finanziano parte del nostro lavoro pagando le tasse e hanno il diritto di sapere cosa faccio, come ricercatrice, coi soldi che ricevo. Ancora oggi le ricerche sono pubblicate da editori privati e le biblioteche delle università spendono milioni di dollari per abbonarsi alle riviste scientifiche. Prima che arrivasse la Rete un certo livello di chiusura era inevitabile. Ma adesso è semplicemente sbagliato non rendere pubblici e accessibili a tutti i risultati delle ricerche. 

Credits

A cura di Rossella Panarese
In regia Costanza Confessore
In redazione Paolo Conte, Matteo De Giuli, Roberta Fulci, Marco Motta

SOCIAL


 

RSS

Access key

La navigazione di questo sito è agevolata dalle access key, tramite le quali è possibile accedere alle funzioni e ai contenuti principali del sito.

Sono state definite le seguenti access key