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Svezia, ecco il parco fatto con i rifiuti

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A Göteborg c'è l'isola ecologica più grande d'Europa. Dove si può rilasciare qualsiasi oggetto, che poi verrà riciclato e venduto. Così il Comune ci guadagna



Domenica mattina, c’è il sole e non avete voglia di cucinare, però vorreste mangiare qualcosa di sano all’aria apertae poi rimanere in giro per un po’ di shopping. Decidete allora di fare una passeggiata in un parco dotato di negozi e ristorante biologico. Un parco dove poter camminare in mezzo ai rifiuti. Succede a Göteborg, in Svezia, dove dal 2007 c’è il Kretsloppsparken Alelyckan, l’isola ecologica più grande d’Europa. Un parco di 30mila ettari dove si può andare per buttare la spazzatura, oppure per avventurarsi tra strade e capannoni alla ricerca di oggetti destinati all’incenerimento (o al riciclaggio), che qui assumono una nuova vita.

L’area in cui sorge l’Alelyckan dista pochi chilometri dal centro cittadino e oltre che in auto o in bici (inutile dire che come in tutta la Svezia la rete ciclabile è estremamente sviluppata), si raggiunge in pochi minuti grazie agli efficienti mezzi pubblici. Dei 31mila visitatori annui la maggior parte viene qui per acquistare qualcosa e non per portare rifiuti, anche perché per accedere ad alcune zone del parco gli ingressi sono limitati. Materiali chimici o elettronici e piccoli oggetti da donare possono essere conferiti senza limiti, mentre per divani, pneumatici o altri oggetti di grandi dimensioni dopo la sesta visita si pagano 30 euro a ingresso.

«Il motivo di questa limitazione», spiega Hilda Kraamer, direttrice del Dipartimento Rifiuti del Comune, «è che vogliamo invogliare i cittadini a inquinare meno. Ma anche perché un minor numero di ingressi per noi significa più efficienza e maggior risparmio». Nel 2006 la città di Göteborg, che conta 540mila abitanti, scelse di investire in questo parco 4,5 milioni di euro. Il Comune aveva infatti bisogno di una nuova grande oasi ecologica (attualmente è prevista la costruzione di una sesta isola nella zona sud) e nello stesso tempo voleva insegnare ai cittadini l’arte del riciclo e del riuso. Oggi la parte pubblica del parco incassa più di un milione di euro grazie alla sola vendita dei rifiuti riciclati.

 

La prima tappa obbligata per chi deve buttare la propria spazzatura è quella della Sorteringsstation, la centrale di smistamento che dal martedì alla domenica accoglie i visitatori per guidarli nella differenziazione. «Buongiorno signora, che cosa ci ha portato?». L’addetto al ricevimento indirizza l’utente al corretto conferimento all’interno delle varie aree del capannone oppure verso le 18 postazioni di raccolta esterne. Se il materiale è particolarmente grande o di difficile differenziazione, un impiegato accompagna l’utente nel suo percorso.

Le persone che lavorano qui sono tutte specializzate a separare olii, vernici, apparecchiature elettriche ed elettroniche, alluminio, ecc. «Per imparare a valorizzare i diversi materiali», spiega Mike, che lavora alla centrale già da qualche anno, «abbiamo dovuto fare un lungo corso di formazione in cui abbiamo imparato ad esempio a separare le batterie con e senza acido, o a riconoscere il roastie, un materiale altamente idrorepellente che possiamo vendere a 20 corone al chilo (circa 2 euro, ndr)».

E mentre gli utenti vengono accolti all’interno della Sorteringsstation, sul retro c’è chi elimina il silicone da porte e finestre, chi smonta gli pneumatici per separare i cerchioni, chi cerca l’amianto per smaltirlo correttamente o chi testa i metalli con un magnete per riconoscere l’alluminio. Lo scorso anno la sola vendita dei metalli riciclati ha prodotto 108mila euro di entrate. «Dopo un po’ che lavori qui», ancora Mike, «impari a capire cosa è vendibile e cosa invece deve essere riciclato o andare all’inceneritore». Ogni giorno decine di persone arrivano al parco con oggetti di cui si vogliono disfare, ma che pensano potrebbero interessare ad altri. Tra soprammobili, abiti, riviste e vecchi dischi, uno specialista in “marketing del rifiuto” riempie una scatola dietro l’altra con rapidi gesti.

Qualcosa va all’inceneritore o al riciclo, qualcosa va al negozio di seconda mano, struttura gestita da una società privata che riceve la spazzatura gratuitamente e che paga al Comune un affitto per gestire la sede all’interno al parco. Lo stesso Comune vende poi gran parte dei materiali portati ad Alelyckan, e in particolar modo quelli che in Italia chiamiamo gli “ingombranti”. Porte, finestre, tavoli, sedie, armadi, piastrelle e vasche da bagno. Ogni cosa viene ripulita, eventualmente aggiustata, e poi sistemata nell’apposito scomparto dell’Återbruket (il grande capannone del riutilizzo), oppure sul piazzale esterno. Se necessario gli oggetti vengono smontati e ogni loro parte classificata e conservata in scatole ordinate in puro stile Ikea.

Come in una ferramenta ben fornita si possono trovare viti e bulloni di ogni genere, maniglie, cerniere o pomelli. Chi vuole rifare un bagno spendendo poco oppure è alla ricerca di un rubinetto vintage o di quell’introvabile pezzo che gli permetterà di salvare il suo giradischi, ha la ragionevole certezza di trovare quello che cerca. E così si vedono passare giovani coppie, pensionati appassionati di modellismo o semplici curiosi che vengono qui come ad un mercatino delle pulci. C’è anche una pagina Facebook e un profilo Instagram (aterbruketalelyckan) dove gli impiegati comunali di questo grande negozio postano foto e prezzi degli oggetti che reputano più appetibili.

Nel 2014 solo questa parte del parco ha fruttato alle casse comunali oltre 450mila euro, che contribuiscono al mantenimento delle 5-6 persone che lavorano tra negozio e piazzale insieme ai 2 impiegati che si occupano del coordinamento generale. «La gente butta di tutto», spiega un impiegato, «anche lavatrici o frigoriferi che avrebbero bisogno solo della sostituzione di un pezzo che costa 200 corone (21 euro). Noi aggiustiamo tutto quello che è possibile aggiustare e poi lo rimettiamo in vendita a prezzi accessibili». Si può trovare un tosaerba a 40 euro o un motore da barca a 30.

Ma la vera rivoluzione di questo parco è la Returhuset, la casa del riuso, ovvero il laboratorio in cui si cerca di riutilizzare oggetti non vendibili così come sono e che verrebbero quindi riciclati o bruciati. Vi lavorano 10 impiegati comunali e 30 soggetti con problemi fisici o psichici, o giovani disoccupati. «È importante che chi lavora qui sia contento di quello che fa», spiega la coordinatrice Heléne Stjernlöf. «Insegniamo loro a costruire gli oggetti inventati da noi e quelli realizzati in collaborazione con artisti o designer, ma chiediamo anche di inventare nuove soluzioni per il riuso dei diversi materiali».

Così c’è chi lavora nella falegnameria dove si usano pancali che vengono trasformati in tavoli, panchine o fioriere, e c’è chi si cimenta con la costruzione di lampade realizzate a partire da vecchi vinili. I prezzi sono alti (anche 200 euro per una scultura realizzata con pezzi di bicicletta) e il totale delle vendite si aggira sugli 8mila euro l’anno, superati di gran lunga dalle entrate (108mila euro) del bar-ristorante. Cinquantamila euro è invece il ricavo dalla vendita di biciclette, mille ogni anno, ricostruite a partire dai pezzi delle circa 3mila che vengono portate qui.

«Questo parco del riuso», si legge sul sito del Comune di Göteborg, «rappresenta un significativo passo in avanti per il trattamento dei rifiuti». Secondo i promotori della strategia Rifiuti Zero, quella che mira all’azzeramento dei rifiuti entro il 2020, una delle tappe fondamentali per raggiungere l’ obiettivo è proprio quella del «riuso e riparazione». E all’Alelyckan di Göteborg, dove perfino le toilette dei negozi possono diventare il pretesto per esporre quadri di cui qualcuno ha deciso di sbarazzarsi, questa idea sembrano averla capita perfettamente.

 



sito del Fatto Quotidiano 


Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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