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Accordo sul nucleare iraniano, cosa cambierà in Medio Oriente

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L’Iran si presenta come il paladino della minoranza sciita mondiale. L’Arabia Saudita si propone come portavoce degli interessi


SCIITI E SUNNITI

L’accordo sul nucleare iraniano apre nuovi scenari nel Medio Oriente allargato. Al cuore delle tensioni regionali sta infatti la guerra civile strisciante tra sciiti e sunniti, divisi sin dai tempi di Maometto quattordici secoli fa dal contrasto teologico-politico riguardante la sua successione. Una guerra che ha visto nella storia anche lunghe tregue e periodi di unità interna. Tuttavia, da circa quattro decenni — dopo l’eclissi dell’ideale laico panarabo nasseriano, la ripresa dei fondamentalismi islamici e soprattutto in seguito alla rivoluzione khomeinista — proprio le antiche divisioni sono diventate benzina per gli scontri contemporanei. I massacri negli Stati «falliti» di Iraq e Siria avvengono soprattutto tra sciiti e sunniti. Tensioni di natura simile crescono in Yemen, Pakistan, Afghanistan e Paesi del Golfo.

L’Iran oggi si presenta come il paladino della minoranza sciita mondiale, che conta meno di 200 milioni di persone, neppure il 18 per cento dell’intero universo musulmano. L’Arabia Saudita si propone invece come portavoce degli interessi sunniti e critica senza quartiere la svolta voluta da Barack Obama nei confronti di Teheran. Esaminare dunque le conseguenze del nuovo accordo sui Paesi più coinvolti aiuta a capire i prossimi sviluppi in Medio Oriente.

 

 IRAQ

 Resta il Paese in crisi più direttamente legato all’Iran. Talmente lacerato e destabilizzato che potrebbe presto dividersi in tre enclave indipendenti: sciita, sunnita e curda. Oltre il 60 per cento della sua popolazione è sciita. Sino alla caduta del regime di Saddam Hussein, con l’invasione americana del 2003, tuttavia, la sua classe dirigente veniva dalla minoranza sunnita. In pochi anni Bagdad è dunque passata dal rappresentare il maggior avversario dell’Iran, tanto da dissanguarsi in una dura guerra di logoramento tra il 1980 e il 1989, a suo stretto alleato. Negli ultimi anni le milizie sciite locali (ora in prima linea contro l’Isis) sono state armate, finanziate, aiutate militarmente dal regime degli Ayatollah. Non a caso ieri il premier Haider al Abadi (sciita) è stato tra i primi a felicitarsi per la firma dell’accordo a Vienna. «È un catalizzatore di stabilità per la regione», ha detto. Molto critiche sono invece le grandi tribù sunnite, tante delle quali sono addirittura pronte a collaborare con Isis pur di combattere «l’influenza degli eretici persiani». Da tempo gli americani cercano di costruire un esercito iracheno nazionale super partes, ma sino ad ora hanno fallito e oggi gli elementi sunniti restano più sospettosi che mai.

 

SIRIA

Un altro leader regionale a felicitarsi subito apertamente per l’accordo è stato il presidente siriano Bashar Assad. I motivi sono evidenti: Teheran da tempo sostiene il clan degli Assad, che appartiene agli Alawiti, una setta minoritaria degli sciiti che sfiora appena il 15 per cento della popolazione siriana. Sono pochi, ma dal 1970 governano con il pugno di ferro. La loro feroce repressione nella primavera-estate del 2011 contro le rivolte interne al loro primato, mirate inizialmente più a democratizzare la dittatura che a un cambio di regime, è stata una delle cause maggiori della brutalizzazione dello scontro. Oggi l’aiuto iraniano (e in parte russo) per il regime si dimostra fondamentale nella lotta contro l’Isis e i gruppi qaedisti come Al Nusra dominanti ormai l’opposizione armata. A Damasco ritengono che il miglioramento delle situazione economica in Iran, grazie alla fine dell’embargo, avrà riflessi positivi anche per i filo-governativi in Siria.

LIBANO

Come al solito, il piccolo Stato libanese è diviso in tante fazioni. Ognuna delle quali ha suoi alleati all’estero secondo propri interessi particolari. I sunniti legati a Saad Hariri, figlio dell’ex leader assassinato Rafiq, sono «clienti» diretti dell’Arabia Saudita. La maggioranza degli sciiti, circa il 50-55 per cento della popolazione (ma i numeri sono ufficiosi e considerati propaganda politica), appoggia invece Hezbollah (il «Partito di Dio»), che costituisce la milizia meglio armata e più importante del Paese. Proprio Hezbollah esce dunque rafforzato dal rientro dell’Iran sulla scena internazionale. Sebbene si proponga come un movimento puramente «libanese», in origine impegnato soprattutto a combattere la presenza israeliana nel Sud, i suoi massimi dirigenti e quadri militari rispondono direttamente agli ordini impartiti da Teheran. Le sue unità migliori sono al momento impegnate in Siria a difesa del regime. E tutto lascia credere che tale impegno continuerà anche nel prossimo futuro, possibilmente più forte di prima.

ARABIA SAUDITA

La monarchia saudita è la grande sconfitta del nuovo accordo. Da tempo a Riad condannano apertamente gli americani per i negoziati con Teheran. E i toni a tratti si sono fatti tanto violenti da indurre i sauditi a minacciare apertamente l’abbandono delle intese contro la proliferazione nucleare per favorire invece un proprio programma di armamento atomico con l’aiuto degli scienziati pachistani. Riad tra l’altro, in quanto «protettrice» dei massimi luoghi santi musulmani a Mecca e Medina, si sente investita della missione di rappresentare gli interessi sunniti nel mondo, che oggi percepisce direttamente minacciati proprio dalle intese con l’Iran. Le altre monarchie del Golfo condividono l’atteggiamento di Riad, reso ancora più acuto dalla presenza di forti minoranze sciite al loro interno.

EGITTO

Sin dalla rivoluzione khomeinista, l’Egitto ha guardato all’Iran degli Ayatollah con grande sospetto. Un atteggiamento fondamentalmente ostile che si è riflesso anche nel suo rifiuto per il programma nucleare iraniano e più di recente nell’aperta ostilità contro il sostegno che Teheran garantisce ad Hamas nella striscia di Gaza. Ma un cauto pragmatismo ha prevalso ieri al Cairo, che commentando il nuovo accordo si è limitato ad augurare «possa servire al disarmo nella regione».

TURCHIA 

Gli interessi economici determinano larga parte della politica turca verso l’Iran, specie da quando si è eclissata la prospettiva di entrare nell’Unione Europea. Il governo Erdogan esprime ora la speranza che il nuovo accordo possa sbloccare gli investimenti e favorire i commerci tra i due Paesi, sebbene non nasconda la critica contro la politica iraniana in Siria e Yemen.

 

sito del Corriere della Sera

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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