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Va in frantumi un'icona del bello

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di Michela Tamburrano

Finisce un’epoca. Con la chiusura della Richard Ginori va in frantumi un mondo, fatto di pocellane finissime, di decori realizzati a mano, di sperimentazioni su terre.
L’azienda di Sesto Fiorentino era in stato di liquidazione dalla scorsa primavera. Nel frattempo il collegio di liquidatori aveva cercato una soluzione di concordato preventivo che sembrava fosse stata individuata in due aziende che avrebbero potuto rilevare la Ginori e “salvare” così i 314 lavoratori, tutti in cassa integrazione. Ieri invece, rigettato l’accordo, è stato dichiarato dal tribuanele di Firenze il fallimento del gruppo, decisione depositata in mattinata. Poco dopo un centinaio di lavoratori ha occupato l’area della fabbrica di Sesto Fiorentino, dove pensavano di tornare a lavorare, mentre invece si sono visti i cancelli chiusi in faccia.
Fine ingloriosa che tradisce la storia epica di questa azienda la cui nascita precede la rivoluzione francese, a Doccia, nel comune di Sesto Fiorentino, per intuizione del marchese Carlo Ginori. Servirono Napoleone Bonaparte e casa Savoia, le corti di mezzo mondo mangiavano su quelle porcellane cesellate, i loro vasi furono decorati da grandi artisti. Il primo nucleo della manifattura fu impiantato nella tenuta di Doccia che ospitò un rudimentale forno. Ma fu grazie alla fusione del 1896 con il Gruppo industriale del milanese Augusto Richard che iniziò l’ascesa. Vennero così costruiti nuovi forni e ampliata la produzione per far fronte alla crescente richiesta del mercato che apprezzava tanta innovazione e bellezza. Nel ‘900 l’azienda conobbe il suo momento di massimo splendore che durò fino al 1970, quando diventò una controllata della Finanziaria Sviluppo di Michele Sindona. Dunque la cessione, lo scorporo e, negli ultimi cinque anni, l’agonia fatta di inutili cambiamenti e di una quotazione in Borsa che non l’ha aiutata; troppi debiti accumulati, più di 40 mln/€.
Eppure il nome e l’appeal non hanno avuto scossoni. L’onda lunga del gusto di cui l’azienda era sinonimo è arrivata intatta ad oggi. Quale signora elegante non ha messo nella sua lista di nozze un servizio Ginori? L’imbarazzo era solo nella scelta. Il classico Vecchio Ginori bianco, o quello decorato a mazzetti di fiori del XVIII secolo e che è in mostra al Museo internazionale delle ceramche di Faenza, oppure le ceramiche dipinte in blu che risentivano dell’influenza della manifattura di Sevres. Piacevano molto a Napoleone I, di cui Carlo Leopoldo Ginori, figlio di Carlo, fu ciambellano. La corona come marchio fu applicata dopo che furono archiviate come fatte anche le porcellane con l’uso delle terre di Limoges dal costo proibitivo.
In una classifica ideale della bellezza e del buon gusto, la Richard Ginori era seconda solo alla fabbrica di porcellane Herend, la maggiore al mondo, che in alcuni suoi decori la ricorda. La stilista Laura Biagiotti, grande estimatrice  del genere, si dispiace per i lavoratori e per la fine di un sogno: “La chiusura della storica azienda rappresenta una grave diminutio del patrimonio del made in Italy nel mondo. Milioni di persone, dai regnanti alla comune borghesia, hanno ornato la tavola per oltre mezzo secolo con i loro eleganti arredi spesso decorati da grandi artisti. La chiusura rappresenta la fine di un’epoca. Così i suoi manufatti escono dalla quotidianità per entrare nel grande mercato antiquario dove verranno contesi nelle aste internazionali. […].”
Già, perchè adesso, oltre alle offerte stracciate su E-Bay, che impazzano ma di dubbia certificazione, andrà a ruba tutto il Ginori che si può trovare e che non si troverà più. Nei negozi che ancora ne hanno scorte oppure nei mercatini dove chi ha problemi porta a vendere quel che ha e nei quali i prezzi dei servizi della Richard Ginori sono piuttosto aumentati. Fino a quando i forni di Doccia, non spenti del tutto, ricomeniceranno a produrre bellezza.

sito della Stampa

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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