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Quei capimafia che nessuno cercava

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Quei capimafia nascosti in casa che nessuno cercava davvero

La caccia al superlatitante Matteo e quella a Liggio, Riina, Provenzano. La clandestinità come un’arte per alimentare carisma e mito

 

La clandestinità è un’arte, ma per il mafioso di Cosa nostra è qualcosa di più: una qualità necessaria alla sopravvivenza. Un boss che non sappia mimetizzarsi fino a diventare «invisibile» - specialmente sul proprio territorio - è un capo incompleto, inaffidabile. Per questo quasi tutti i «grandi» di Cosa nostra hanno alle spalle lunghi periodi di latitanze, più o meno dorate, che non hanno inficiato per nulla la capacità di «essere capi» anche stando in clandestinità. Matteo Messina Denaro è l’ultimo ricercato di Cosa nostra che valga la pena di braccare anche pagando un certo costo in  termini di risorse umane e soldi. Dopo di lui, la “qualità” dei quadri talmente scarsa da rendere “antieconomica” la caccia. E’ l’ultimo “figlio d’arte” e, dunque, conosce bene la tecnica della clandestinità. Ma è anche “giovane”, rispetto all’età media dei boss che veleggiavano sugli ottanta, e perciò la latitanza se la fa in maniera moderna. Cioè senza farsi mancare nulla e senza dover rinunciare ai piaceri della vita, grandi e piccoli.

 

Le donne

Matteo non è il tipo da andarsi a chiudere in una stalla o in bunkerino ricavato sotto il piatto della doccia (come accadde a uno dei Pulvirenti di Catania). No, Matteo è uomo di mondo, va a Madrid ad operarsi agli occhi e buona società e belle donne. Una delle ultime volte che è stato sfiorato dai segugi in uniforme, si trovava in vacanza in Grecia con Maria Nesi, l’amante preferita. Era il ’96 e il boss svernava tra Aspra e Bagheria, protetto dalla donna. Si concesse quello “svago” forte di un documento falso intestato al fantomatico sig. Matteo Cracolici.

Tante volte, Matteo è stato intercettato grazie alle sue debolezze romantiche, ma l’ha sempre fatta franca. (…) Sono lontani i tempi in cui Matteo poteva tranquillamente frequentare alberghi e ristoranti a Selinunte, trovando anche il tempo di uccidere qualche sventurato che osava esprimere giudizi sulle donne che lo accompagnavano.

 

Caro Svetonio”

Si muove con accortezza l’ultimo boss. La scorta non lo lascia mai, non usa il cellulare, riduce al minimo le comunicazioni. Anche lui usa i pizzini, ma questo si sapeva sin da quando fu scoperta una fitta corrispondenza con un professore di Castelvetrano che si firmava con il nome dello storico Svetonio. Matteo si faceva chiamare Alessio. (…) Interessantissimo il carteggio: una specie di trattato filosofico sulla “cultura” di cosa nostra. (…)

 

Don Binnu il grafomane

Già i pizzini. Anche un altro illustre dirigente della mafia li ha usati, nella sua quasi quarantenne clandestinità. E pure lui è andato clandestinamente a Marsiglia ad operarsi alla prostata, riuscendo persino a farsi rimborsare dalla Asl. Esiste un carteggio che riguarda Bernardo Provenzano (latitante dal 1963 al 2006) e Messina Denaro. (…) I pizzini trovati nel rifugio di don Binnu parlavano di soldi e di alleanze strategiche. Era possibile intravedere qualche fastidio di Matteo per l’eccessiva produzione di scritti, quasi un rimprovero al vecchio boss ironicamente descritto come un grafomane. (…)

Provenzano se ne stava a Montagna dei Cavalli, a Corleone, cioè a casa sua. Se dovessero catturare Matteo, nessuna sorpresa se lo trovassero nella provincia di Trapani. (…)

 

“Non mi cercava nessuno”

(…)


Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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"No ai fondamentalisti in nome del Vangelo" - Int. a Walter Kasper di G.Guido Vecchi - Corriere della Sera

Padri naturali - Massimo Gramellini - La Stampa

Alla casa non serve solo meno fisco - Franco Bruni - La Stampa

Burocrazia, un dietrofront tra le vigne - Michele Brambilla - La Stampa

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Libia, l'occidente cambia inviato - Vincenzo Nigro - La Repubblica

Gender, la fabbrica del pregiudizio - Maria Novella De Luca - La Repubblica

Le 2 Chiese divise su divorzio e famiglia - Paolo Rodari - La Repubblica

C'è un problema tra l'Italia e la Francia - Non solo Libia e non solo Siria - Il Foglio

Separati, non abbandonati - Maurizio Crippa - Il Foglio

La forza di vivere - Marina Corradi - Avvenire

Se questa è democrazia - Sotto attacco - Il Fatto Quotidiano 

Giannini: "Partita la caccia, il premier ha slegato i cani" - Int. a Massimo Giannini - Il Fatto Quotidiano

Mare nostro - Stop trivelle - Il Manifesto

"300 mila firme non bastano" - Int. a Pippo Civati di Daniela Preziosi - Il Manifesto



 


La Nuova Ecologia - il mensile di Legambiente di luglio-agosto 2015




Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
vivere meglio e sprecare meno. Sorella resilienza. Così possiamo cogliere la sfida del cambiamento e salvaguardare la casa comune dell'umanità. All'interno un'intervista a James Lovelock. 


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