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Camaldoli (AR) , 4 - 8 dicembre 2014 - 35. Colloquio ebraico-cristiano

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APPUNTI DAL 35° COLLOQUIO EBRAICO CRISTIANO – CAMALDOLI 4-8/12/2014

 

“GESU’ EBREO” – Alle origini del rapporto fra ebraismo e cristianesimo

 

Sono state quattro giornate molto dense e ricche di sollecitazioni, sia sul piano storico-scientifico, sia come esperienza di dialogo, sia per l’opportunità di amicizie e contatti. C’è stata anche una speciale esperienza teatrale rappresentata da Miriam Camerini, che raccontava Chouchanni , un incredibile personaggio che ha animato stranamente la vita dei superstiti dei Lager (fra cui Elie Wiesel, v. “L’ebreo errante”, e la famiglia di Haim Baharier v. “La valigia quasi vuota”), nella Parigi del dopoguerra, e poi ha trascorso i suoi ultimi giorni a Montevideo, dove è morto.

 

L’organizzazione e la regia del colloquio, che ha visto la partecipazione di oltre 200 persone, sono state condotte dal monaco camaldolese Matteo Ferrari, con grande competenza e sensibilità. Per la prima volta dal 1980 (primo colloquio di Camaldoli in cui eravamo una ventina di partecipanti in tutto) è stato possibile organizzare un minian per lo Shakhrith shel Shabbath ed abbiamo letto la parashà Va-yishlakh (sul humàsh perché non avevamo un sefer Torah), che inizia col racconto di Esaù che procede incontro a Ja’akov con 400 uomini (sul rapporto fra i due gemelli si tornerà poi).

 

L’ebraismo di Gesù, dei 12 apostoli e della prima comunità cristiana è un dato scontato per tutti (ma anche poco considerato da gran parte dei cristiani e degli ebrei), mentre molti studiosi approfondiscono questo tema con passione, per cercare di ricostruire e comprendere gli eventi di allora e la storia che da lì si dipana fino ai giorni nostri. Nell’approfondire il tema, più che certezze, emergono molti interrogativi. Ne pongo alcuni. Qual è l’attendibilità storica delle fonti, sia ebraiche, sia cristiane? Come si poneva Gesù di fronte alla Torah e all’Alakhà? Quale ricostruzione storica è possibile oggi della figura di Gesù, di cui abbiamo testimonianze molto parziali, per non dire partigiane? Quali correnti di pensiero ebraico lo hanno ispirato ed influenzato maggiormente? Quali erano le finalità della sua predicazione?

 

Il prof.  Paolo Sacchi ha introdotto il colloquio, fornendo alcuni elementi di certezza: Gesù, ebreo fra ebrei, non intendeva promuovere una nuova religione. I vangeli canonici sono ricostruzioni tardive della vita di Gesù, elaborati in contesti molto diversi e con finalità del tutto estranee agli intendimenti di Gesù. Numerosi testi dell’epoca, sia ebraici sia cristiani, che costituiscono le fonti dei vangeli, sono andati perduti. Una parte (piccola?) di quei testi è rintracciabile e/o ricostruibile grazie ai preziosi manoscritti di Qumran. Sacchi ha poi analizzato la questione del patto con Dio, a partire da Noè, che include l’umanità in toto, a quello di Abramo, a quello del Sinai, a quello di Pinkhàs, che riguarda i cohanìm, a quello del trito Isaia che riguarda chi studia Torah. Certamente il patto di Gesù nell’ultima cena non intende abrogare i patti precedenti, ma ad essi si ispira.

 

Vi sono state quindi varie relazioni, che hanno cercato di ricostruire la situazione di quell’epoca.

 

Rav Joseph Levi ha parlato del complesso mondo ebraico di allora, segnato, come oggi, da contrapposte correnti di pensiero, spesso in conflitto fra loro, di cui le principali erano quelle dei sadducei e dei perushìm (correntemente tradotto col termine farisei, che è da evitare in quanto ha una connotazione spregiativa derivante dagli stessi vangeli). Si contavano allora 42 diverse “sette” (ma è corretto definirle con un termine così negativo?) che movimentavano il mondo ebraico negli ultimi anni del 2° tempio. Da queste varie correnti di pensiero si è sviluppato, nel corso della progressiva distruzione dello stato ebraico da parte dell’impero romano, l’ebraismo rabbinico e quindi quello moderno.

 

Il prof. Alexander Rofé dell’università di Gerusalemme, attraverso l’analisi della composizione di alcuni testi profetici (deutero e trito Isaia, Ezechiele, Geremia, Osea, Samuele) ha ricostruito i diversi contesti dell’attesa messianica d’Israele, che si configurava soprattutto in funzione antiasmonea, o antimonarchica in genere; v. Ezechiele 34: 1-16. Questo profeta, per indicare il mashiakh, l’unto, usa il termine “nassì” (principe, eccelso) e non “melekh”, e pure la versione in greco dei Settanta usa il termine “arkhon” anziché “basileus”.

 

Rav Adolfo Locci ha preso spunto da vari autori ebrei del Novecento studiosi  della figura di Gesù, citando fra gli altri Joseph Klausner che rileva come l’eccessiva aspirazione etica di Gesù abbia comportato il rischio di una divaricazione fra regola e prassi, che è poi stata assunta dal successivo cristianesimo. Fatto sta che la figura storica di Gesù è più facilmente comprensibile da ebrei che da cristiani, i quali tendono a deebraizzarlo ed a grecizzarlo, e comunque a dare risalto agli aspetti teologici (ovviamente non condivisibili dagli ebrei) piuttosto che a quelli storici. Fra l’altro, rav Locci ha introdotto il racconto di Giacobbe ed Esaù, come modello dei rapporti fra ebrei e cristiani. I due gemelli diversi che già erano in contesa nel grembo di Rebecca, hanno continuato a confliggere, senza però giungere a distruggersi reciprocamente. Esaù, nell’immaginario ebraico, ha rappresentato prima l’impero romano e quindi la chiesa cristiana. La millenaria ritrosia ebraica a trattare l’argomento Gesù trova una sua spiegazione nel rischio di essere imputati di blasfemia, o peggio…

 

Il prof. Massimo Grilli (pontificia università gregoriana) ha ricostruito l’evoluzione del pensiero cristiano, che tende progressivamente ad avvicinarsi all’ebraismo ed a recuperare l’ebraicità di Gesù. Le affermazioni riportate in Matteo 5 (la cosiddette antitesi), sono state interpretate per secoli come critica alla tradizione ebraica, ma possono essere oggi letti come un’interpretazione particolare della Torah, che si esprime sul piano simbolico più che su quello letterale. Quando, ad esempio, Gesù afferma (Mt. 8: 22, Lc. 20: 60) “lascia che i morti seppelliscano i morti” non intende certo contrastare con la mitzwà della sepoltura, ma vuole soprattutto colpire l’interlocutore e farlo riflettere (in modo simile a quello in cui Dio ordina a Ezechiele di non fare il lutto per i morti).  Oppure, quando Gesù si oppone al ripudio delle donne da parte dei mariti, sembra entri in polemica con altre correnti di pensiero, come quella degli esseni, o comunque intenda garantire una maggiore protezione alle donne. Amos Luzzatto ha obiettato che due qualità attribuite dai cristiani a Gesù sono imbarazzanti ed inaccettabili per gli ebrei, cioè la paternità divina e la messianicità. Questi aspetti però, di natura teologica, secondo me non invalidano il dialogo interreligioso, perché non impediscono l’approfondimento storico ed il confronto paritario, che permette, come ha affermato Grilli, di evitare gli errori e gli orrori del passato.

 

Il prof. Joseph Sievers (pontificia università gregoriana) ha approfondito alcune connessioni diacroniche che evidenziano nei vangeli l’ebraicità di Gesù (Luca fa risalire la genealogia di Gesù addirittura fino ad Adamo 3: 23-38). Nei testi cristiani varie volte Gesù viene collegato a Mosè ed Elia. Luca parla della circoncisione di Gesù nell’ottavo giorno, senza fare alcun commento. Gli altri vangeli non ne parlano neppure, tanto la cosa era scontata (o magari scomoda da menzionare). Gesù varie volte entra nelle sinagoghe, come allora facevano molti ebrei, soprattutto se, come i galilei, vivevano lontano da Gerusalemme,  e molte volte si presenta al tempio fino dall’infanzia. Sievers ha concluso affermando che le radici cristiane sono ebraiche e che in ogni cristiano è presente una parte ebraica imprescindibile.

 

Il prof. Daniele Garrone (facoltà valdese di teologia) ha sottolineato il fatto che le contrapposizioni emergenti dalla lettura dei testi cristiani siano riconducibili a polemiche intraebraiche, e siano assai simili alle “liti di famiglia” fra ebrei a cui assistiamo tanto spesso anche oggi… Nel testo della Mikrà, riprendendo l’approccio del prof. Rofé, Garrone ha rilevato pure linee diverse di pensiero, e diversi riferimenti redazionali (ad esempio, il testo ebraico di Geremia è diverso dalla traduzione in greco dei Settanta, forse perché già allora erano diffuse due varianti ebraiche dello stesso libro). Già nel 1527 Cellarius aveva affermato che Gesù non aveva né adempiuto né dichiarato decadute le promesse al popolo ebraico contenute nel Tanakh, ed anticipa quel filone del pensiero cristiano, tuttoggi presente nel mondo riformato, che vuole vedere Israele ricostituito sulla sua terra per preparare il ritorno messianico. Garrone ha toccato molti punti, ed in particolare i conflitti interni alle prime comunità ebraiche-cristiane rispetto all’atteggiamento da tenere nei confronti dei pagani, soprattutto sulla questione della circoncisione (Atti 15). Come si sa, ha prevalso la linea paolina, che si limitava a chiedere ai pagani neoconvertiti l’adesione al patto di Noè ed alla fede in Gesù, senza la necessità di accogliere il patto di Abramo e la fede di Gesù. D’altra parte si deve rilevare che il clima psicologico di quelle comunità era segnato dall’attesa di un’imminente “fine dei giorni”, o per lo meno di Israele come stato su quella terra, dato lo stile dell’occupazione romana. In quel contesto storico non è stata possibile la sopravvivenza delle comunità ebraiche-cristiane, che si sono estinte nel corso di qualche decina di anni. Ancora oggi sono presenti poche e piccole comunità di ebrei cristiani che vengono tenute molto al margine, sia dagli ebrei che dai cristiani. Garrone ha infine rilevato che il dialogo ebraico cristiano registra ancora oggi l’assenza delle chiese ortodosse. Uno dei motivi può essere l’assenza in quei contesti della cultura illuministica ed il rifiuto del metodo storico-critico, diffusi nelle comunità ebraiche e nelle chiese cristiane d’occidente, che offrono una base comune al dialogo.

 

Il prof. Piero Stefani (facoltà di teologia dell’Emilia Romagna) ha rilevato che il pontificato di Ratzinger ha spesso sottolineato l’ebraicità di Gesù , interpretato come nuovo Mosè, che si mette “al di sopra della Torah”, mentre papa Francesco non affronta questo tema, probabilmente considerandolo scontato e dando priorità ad altri problemi. Bisogna però rilevare che per i cristiani la visione teologica della figura di Gesù può entrare in tensione con l’approccio storico scientifico. Stefani ha poi introdotto la questione memoria/storia. Certamente i vangeli non sono biografie di Gesù, anche se rimandano al genere biografico. Più che storia, i vangeli fanno memoria di Gesù, mentre le lettere di Paolo, precedenti alla redazione dei vangeli, si pongono al di fuori del genere biografico. Il culto cristiano della figura di Gesù (v. lettera ai Filippesi, 2) precede la stesura dei vangeli. Non si può quindi affermare che le chiese si sono organizzate sulla base del Gesù storico, ma hanno introdotto apporti diversi.

 

In connessione Skype da Boston, il prof. Gabriele Boccaccini, ha parlato delle nuove prospettive di ricerca storica su Gesù che cercano di capire che tipo di ebreo fosse, e di individuare a quali correnti dell’ebraismo del 2° tempio si ispirasse. Esiste anche una riscoperta dell’ebraicità di Paolo, figura tenuta al margine del dialogo ebraico cristiano, le cui lettere sono oggi lette come testi giudaici. Solo col vangelo di Giovanni e con altri scritti della fine del 1° secolo emerge l’idea della divinità di Gesù, che nei vangeli sinottici e nei testi paolini non compare, dato che in essi si parla della messianicità di Gesù, sulla base dell’attesa giudaica del messia figlio dell’uomo. Lo studio dei testi cristiani ci permette di comprendere meglio l’assetto del giudaismo del 2° tempio. Oggi risulta superato il modello di “fratelli maggiori ebrei” e “fratelli minori cristiani”, ma si riconsiderano i rapporti di fratellanza su una base di maggiore parità e reciprocità. L’ebraismo rabbinico ed il cristianesimo sono nati ambedue da un approccio rinnovatore della tradizione biblica, dopo la distruzione del 2° tempio. Non si può affermare che il cristianesimo si fonda su un nuovo patto, ma è anch’esso un fenomeno giudaico conservatore, che ha accolto e tramandato aspetti di una tradizione giudaica, abbandonati dall’ebraismo rabbinico. Possiamo oggi definire ebrei e cristiani come fratelli di una tradizione scomparsa, dalla quale entrambi deriviamo, quella del 2° tempio.

 

Mi scuso per avere tralasciato altri interessanti contributi a questo colloquio, sia per motivi di spazio, sia per insufficienza mia, ma voglio almeno citare alcune persone, la cui presenza ha arricchito e reso possibile questa intensa esperienza di dialogo: Bruno Segre, Claudia Milani, Amos Luzzatto, Giuseppe Mallel, Sara Kaminski, Marco Cassuto Morselli, Vittorio Bendaoud, Franca Landi, Maurizio Di Veroli, Guido Bertagna, Miriam Camerini, Carmine Di Sante, Giovanni Ibba, Adelina Bartolomei, Laura Caffagnini (che mi ha fornito i suoi appunti, sulla base dei quali ho potuto scrivere questa nota), e tanti altri che non posso citare. Certamente l’approccio scientifico degli storici, dei filosofi, dei filologi è essenziale per l’approfondimento del dialogo, ma l’elaborazione artistica ed i contributi di fede costituiscono pure elementi imprescindibili di questo tipo di esperienze.

 

Il tema del prossimo 36° colloquio ebraico-cristiano (o meglio sarebbe cristiano-ebraico?) di Camaldoli sarà “Nati dallo stesso grembo”, forse con un punto interrogativo, perché non tutti possono concordare su questa affermazione. Certamente, fra qualche mese, uscirà il libro che raccoglierà per esteso le relazioni di cui qui ho riportato solo alcuni appunti, necessariamente frammentari.

 

Credits

Un programma di Gabriella Caramore
a cura di Paola Tagliolini
regia di Ornella Bellucci
consulenza musicale di Cristiana Munzi
in conduzione Benedetta Caldarulo,
Irene Santori
(Storie)
Gabriella Caramore (Questioni)
Via Asiago n. 10 - 00195 Roma

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