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Palazzo Collicola a Spoleto

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I  mondi di Mario Schifano
Marina Deserti, bolognese e imprenditrice di successo, riavvolge una fetta della propria vita assieme ai lavori di Mario Schifano, raccolti negli anni in un continuo legame tra cultura e passioni quotidiane, famiglia e tempo libero, ricordi e sguardo sempre in avanti. Una selezione di oltre 70 opere per un viaggio museale in 12 sezioni tematiche, arricchito da diversi inediti e una sorpresa finale, la sala completa coi quattro grandi quadri "Ex Film". Disegni, tele, collage, stampe, Polaroid e oggetti scultorei per attraversare i mondi di Schifano dentro le energie sentimentali di una collezione “dAssieme a Marina Deserti bisogna ricordare un’altra persona, Gabriele Stori, mercante e critico d’arte, protagonista silenzioso di questa collezione italiana. Morto prematuramente nel
1980 a seguito di un incidente stradale, Stori era il marito di Marina e un amico vero di Mario. La genealogia delle opere, alcune dediche sul fronte e retro dei lavori, certe tematiche affrontate: molteplici elementi che raccontano di una bella vicenda umana in un’epoca di brillante vitalità. Marina Deserti è partita da quei primi lavori che il marito portava in casa, da frammenti d’arte che gradualmente hanno occupato i suoi spazi, le sue giornate, la sua vita. Nel tempo è cresciuta la collezione, nuovi artisti hanno trovato spazio, talvolta gli autori sono entrati nelle vicende professionali dell’azienda, ma al dunque il cuore pulsante, il perimetro di questa passione riguarda le opere di Mario Schifano.

Antonio Marras+ Danilo Bucchi. Insieme siamo un altro
Un eclettico designer che dalla moda sconfina in altri territori e un artista italiano in grande ascesa s’incontrano nelle sale del Piano Nobile di Palazzo Collicola. Da una parte Marras: sua la maestria artigianale, il senso dei materiali grezzi, l’energia antropologica delle visioni ancestrali, la qualità poetica dei progetti installativi. Dall’altra Danilo Bucchi: suo il tratto nero tra istinto e metodo, la pulsione narrativa della figurazione, i corpi ibridi tra sogno e disciplina, la sintesi del disegno infantile che si trasforma in diario visivo. Due approcci alla costruzione, due modi elaborativi che si somigliano e integrano per modi e strutture. Il disegno, codice primario per Bucchi, è la materia viva di Marras, la sorgente creativa, la sua memoria fedele. Non a caso riempie i propri taccuini con appunti figurativi che includono memoria e intuito, introspezione e immaginario, sorta di viaggio da fermo verso un abito coi canoni della scultura. Vestire i corpi, attitudine naturale di Marras, è invece la tensione implicita di Bucchi, una sottile sartorialità pittorica che cerca sulle superfici il codice distintivo, l’alchimia emotiva, la chiave psicanalitica dietro il singolo dettaglio.

Una mostra che è un dialogo identitario, una riflessione sui canoni del disegno, sui rapporti tra immagine e materiali, sui passaggi dentro il processo ideativo. Suture, strati, implosioni, assorbimenti, coperture, sovrapposizioni: le opere a quattro mani mescolano idee complementari del corpo, come se ogni silhouette fosse una geografia di guerre interiori, una mappa inquieta, una zona ad alta intensità sentimentale. Vediamo nature grezze e colore, frammenti decisi e gesti catartici, vortici impazziti, colature e chiazze, distonie e prospettive oniriche… vediamo fogli di vario formato che si adagiano su mobili, altri lavori che sembrano volare, opere minime, carte pregiate ma anche semplici brandelli di quaderno… vediamo una scultura che ci riporta al pathos espressivo di Bucchi, ai suoi personaggi amabilmente empatici… vediamo assemblaggi sorprendenti, apparizioni sceniche, vuoti che si riempiono senza enfasi…
I due protagonisti hanno affrontato la dimensione installativa del Piano Nobile, confrontandosi con le sale, gli arredi, le quadrerie, le luci naturali, i soffitti… un progetto di silenziose eleganze che si dispone in modo mimetico, plasmandosi sui volumi di un habitat antico, dove i materiali partecipano al rito di una speciale “vestizione” del mondo interiore.


Il Piano Nobile ospita oggi una mostra di Giuseppe Ripa, artista italiano di matura esperienza sul campo instabile del Pianeta, autore di sette momenti seriali caratterizzati da una parallela linea editoriale col marchio Charta. Il progetto di Spoleto avrà il suo focus sui cicli americani Moondance e Liminal, esposti, in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura, rispettivamente alle Leica Gallery di New York e all’Italian Embassy di Washington per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Una terza sezione verrà dedicata alla nuova serie dal titolo Seaside. L’ultima sezione riguarderà i precedenti cicli Anima Mundi, Tibet, Memorie di pietra, Lightly, Aquarium, evocati in mostra attraverso gli omonimi artbooks (editi da Charta) e uno slide-show con i lavori non esposti nelle altre sale.Giuseppe Ripa si affida alla coerenza elegante del suo bianconero, modulato con ampie scale di tonalità intermedie, così da evocare le chiavi sensoriali attraverso la natura mutante della luce. La sua fotografia, evitando le gabbie rigide del timbro univoco, si muove come un ciclo acquatico che si stratifica sul reale e imprime contrasti, annebbiamenti, distorsioni, fluidità semantiche. Una soglia tra visibile e plausibile, un dinamismo ritmico che aderisce simbioticamente ai cicli della Natura. La coscienza autoriale parla di uno sguardo ora liquido ora gassoso, fluido come fonte acquatica, aereo come nuvole in scorrimento. Anche la grana stilistica si lega agli elementi della Terra, in una simbiosi riuscita tra significati ed estetica. E’ la luce a dettare le regole del gioco ed esprimere il codice della forma, l’ambiguità tra reale e immaginario. Una luce che è l’embrione dell’immagine, una luce inspiegabile e quasi incosciente, intrisa di notte e lampi ancestrali. Ripa porta la fotografia ai suoi archetipi, ad una purezza universale che riparte dalla pura luminosità, da una luce originaria poiché astratta, soggettiva, retinica. Sembra dirci che non contano realmente i luoghi specifici ma l’occhio, l’approccio conoscitivo, la disposizione emotiva: e tutto questo significa fotografare l’immagine con l’immaginazione, ricordando che non esiste la realtà ma solo una molteplicità di interpretazioni del veroSpoleto mantiene salda la sua attenzione verso la scultura contemporanea, con un occhio particolare alla memoria dei materiali nobili e al loro cortocircuito nelle strutture dinamiche del presente.

http://www.palazzocollicola.it/

Credits

Un programma a cura di Cettina Flaccavento
Conduce Elena del Drago

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