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L'esperimento su Atene: svuotare le democrazia

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Da quando la crisi ha colpito l’Europa, siamo abituati a dire che l’Unione ha usato la Grecia come cavia. L’animale da esperimento andava sottoposto ad una terapia intensiva di austerità, e la cura doveva essere somministrata da un potere oligarchico – la Troika – che in parte si spacciava per europeo e addirittura federale, in parte includeva il Fondo monetario ed era quindi inter-nazionale. L’esistenza di un laboratorio greco è pienamente confermata dal negoziato che Syriza ha avviato con l’Unione e il FMI da quando ha vinto le elezioni del 25 gennaio.

E’ venuto tuttavia il momento di andare più a fondo nell’analisi. Dobbiamo capire la genesi dell’esperimento in corso da cinque anni, e quel che ci dice sull’Europa e sulle finalità del test. Lo scopo comincia infatti ad essere chiaro: un’oligarchia tecnico-politica sta usando la Grecia per accrescere il proprio potere disciplinatore dell’Unione, e ciò avviene collaudando un preciso modello di democrazia, de-costituzionalizzata e de-parlamentarizzata. […]

L’esperimento è riuscito, dal punto di vista dei collaudatori, perché la meta fondamentale è raggiunta. Le democrazie e le costituzioni nazionali stanno subendo erosioni progressive e il suffragio universale, soprattutto, viene ridotto a variabile fastidiosa, da aggirare o sacrificare. Efficacia e governabilità prendono il posto della rappresentatività nella gerarchia delle priorità. E il colpo di mano è reso possibile dall’identificazione fra sovranità nazionali e sovranità popolari. La perdita delle prime, sempre più forte dal dopoguerra, trascina nel baratro anche le sovranità cittadine. Quest’evaporazione generale di sovranità, viene in genere presentata come premessa di uno sviluppo federale dell’Unione, ma nessuna Federazione è in vista., sicché la sovranità semplicemente si disperde, a vantaggio dei poteri che gestiscono la globalizzazione e sono chiamati sbrigativamente mercati. Il negoziato fra Atene e Unione assumerebbe tutt’altra forma, in un’unione politica che fosse federale. Conterebbero gli argomenti avanzati dal governo greco – esisterebbe un’agorà europea – e non prevarrebbe la potenza relativa di questo o quello Stato. […].

Il caso greco serve a mettere in questione l’idea sorta nel dopoguerra di un’Europa che sormonti in tre modi i vecchi equilibri fra potenze nazionaliste – la ‘balance of power’che scatenò due guerre mondiali nel ‘900 – creando permanenti vincoli di solidarietà tra gli Stati preservando le sovranità popolari che fondano le democrazie costituzionali e facendo della lotta alla povertà, del Welfare, il perno della nascente comunità. […]

Il fatto è che l’Europa non si sta costruendo. Si sta de-costruendo, come il caos greco rivela. In questa de-costruzione l’ortodossia resta tale, proprio perché è una teologia politica: nessun elemento del dogma può essere confutato senza confutare l’apparato di potere che lo esprime. L’infallibilità è correlata strettamente alla permanenza di tale potere. Per questo c’è del marcio nel regno d’Europa.

E c’è del marcio infine nella nascita e gestione dell’Euro. L’errore tende a ripetersi uguale a sé stesso: si procede unificando un settore importante – la moneta, in prospettiva la difesa – senza mai far precedere l’unità politica fra europei e una Costituzione democratica che permetta ai cittadini di controllare le sovranità che vengono dislocate. Ogni volta è un fallimento, ma ogni volta un modello viene riproposto come il più “pragmatico”, dunque più efficiente. E’ il più distruttivo, come disse già, nel 1971, l’economista Nicholas Kaldor, più volte citato dal ministro Yanis Varoufakis, a proposito dell’Unione economica e monetaria – il cosiddetto piano Werner – che già in quegli anni si discuteva. Le sue parole sono profetiche: “Verrà il giorno in cui le nazioni d’Europa saranno pronte a fondere le proprie identità nazionali e a creare una nuova unione europea. Gli Stati uniti d’Europa. […] Questo implicherà la creazione di una piena unione economica e monetaria. Ma è un’idea pericolosa pensare che l’unione economica e monetaria possa precedere un’unione politica: che agirà – e qui Kaldor cita Werner – come un lievito capace di far nascere l’Unione politica di cui comunque non potrà fare a meno nel lungo periodo”.

sito del Fatto Quotidiano 

 

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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