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Il marchio indelebile del maschio

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di Michela Marzano

La violenza è sempre distruttiva e sempre ingiustificabile. E anche quando si cerca di spiegarla, arriva il momento in cui le parole non servono, non bastano, non ci aiutano. Forse perché le parole servono per mettere ordine nel mondo e diminuire la sofferenza degli esseri umani, come spiegava Albert Camus, mentre la violenza sfida l’ordine e impone il disordine delle pulsioni. Tutte quelle pulsioni distruttive che si scatenano quando vengono meno le soglie psichiche della civiltà e del rispetto reciproco. Come trovare allora le parole giuste per qualificare questi nuovi atti di barbarie  contro le donne che si stanno diffondendo nelle ultime settimane e che portano alcuni uomini ad utilizzare l’acido per sfigurare le donne?

Certo, utilizzare l’acido per sfigurare una donna è una forma di violenza, esattamente come quando si utilizza un coltello o un’arma da fuoco. Ancora una volta, si tratta molto probabilmente di imporsi a chi, in situazione di fragilità, non è capace di difendersi. Ancora una volta, è un modo, per alcuni uomini, di rinviare le donne alla propria insignificanza, ma quando si usa l’acido, forse, c’è anche dell’altro. Come se la donna dovesse portare con sé fino alla fine il segno indelebile e visibile della violenza subita.

Come se quell’acido che corrode dovesse diventare il simbolo della sottomissione.

La società sta regredendo, non solo tornano in auge vecchi pregiudizi e vecchi stereotipi, ma torna anche in superficie qualcosa che, per utilizzare il linguaggio della psicanalisi, si credeva ormai sublimato: la violenza delle tracce e delle cicatrici. Mostrare e rendere visibile quella che alcuni pensano essere l’inferiorità femminile. Lasciare il segno di quella che, forse, alcuni uomini considerano una colpa, ossia il semplice fatto di essere donna. E’ come se gli uomini, incapaci di trovare un proprio posto nel mondo, accusassero la donna di danneggiar la propria virilità e volessero vendicarsi. Non si tratta più solo di affermare il proprio “diritto” a trattare le donne come oggetti, come cose, come mercanzie, come prodotti. Si tratta anche di costringerle a portare su di sé il marchio della propria inferiorità.

L’acido corrode, rovina,.distrugge a piccole dosi. L’acido lascia un segno permanente. L’acido cancella i contorni e le forme. E’ per questo che il fatto di utilizzarlo sembra indicare la volontà di cancellare la specificità di “questa” o “quella” donna, costringendola all’anonimato dell’informe.

sito della Repubblica

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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La Nuova Ecologia - il mensile di Legambiente di luglio-agosto 2015




Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
vivere meglio e sprecare meno. Sorella resilienza. Così possiamo cogliere la sfida del cambiamento e salvaguardare la casa comune dell'umanità. All'interno un'intervista a James Lovelock. 


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