
Fedi e Mondo

Afghanistan: da Kabul a Tor Marancia
con Alidad Shiri, Emanuele Giordana, Alberto Barbieri
Ricordo di Gherardo Gnoli
sabato 10 marzo 2012
Centinaia di giovani afgani transitano dall’Italia, in fuga dal loro paese in guerra. Adolescenti, a volte bambini, a volte ora con le loro famiglie, mandati in Occidente con i risparmi dei parenti e degli amici, spesso vittime di contrabbandieri e di sfruttatori, talvolta con il desiderio di emigrare in altri paesi, a volte con l’intenzione di restare. Aspirano allo status di “rifugiati politici” in Italia, sperano di poter studiare e poi trovare un lavoro. O forse, chissà, di tornare un giorno nel loro paese. Ma accade anche che
incerto nella lingua, ma forte nelle sue intenzioni di aiutare il popolo afgano – il nostro è un paese sovente distratto, che non si accorge del disastro umanitario che si sta svolgendo in Afghanistan, come in altri paesi devastati dalla guerra. Emanuele Giordana, conduttore di Radio 3 mondo e profondo conoscitore del mondo afgano, ci racconta la sua esperienza di quel paese e le prospettive aperte sul futuro.
In questa puntata in cui guardiamo a Oriente ricordiamo anche Gherardo Gnoli, morto l’altro giorno a Roma, uno dei nostri massimi orientalisti e studioso del mondo delle religioni. In particolare ha compiuto studi fondamentali nel campo della religiosità iranica, del mazdeismo e dello zoroastrismo. Con “Uomini e Profeti” ha realizzato un ciclo, nel 2005 dal titolo "Mani. L'apostolo della luce" che vi riproporremo in podcast.
Suggerimenti di lettura
Alidad Shiri, Gina Abbate, Via dalla pazza guerra, ed. IL Margine 2007
Emanuele Giordana, Afghanistan. Il crocevia della guerra alle porte dell'Asia, ed. Riuniti 2007
Emanuele Giordana, Diario da Kabul. Appunti da una città sulla liena del fronte, O barra O edizioni 2010
Gherardo Gnoli (a cura di), Il Manichesimo vol.II, Mondadori 2006
http://www.hazarapeople.com
http://www.mediciperidirittiumani.org/
Parole
Basir Ahang (n. Kabul 1984)
26/12/2008- In onore di Zaher Rezai - Siamo vivi perchè la quiete non ci appartiene
Venezia è fredda,
stanca delle turbolenze
e delle barche vagabonde del Mediterraneo
Le sue vie piene di manichini alla moda
calcolano con precisione il tempo che vuoto scorre via
Fino all’ultimo suo appuntamento con la nera signora
All’uomo carico del suo piccolo bagaglio pesa la sua tristezza
Ma il suo mondo è pieno di dignità
Canta, ora, l’inno della notte
Un inno dovuto
Per necessità letto
Per necessità scritto.
L’incomunicabile mondo
Con i suoi giorni amari
I capelli appassiti
La mente agitata
I pensieri intristiti
Un colore scuro mi lega gli occhi
Basta silenzio,
I martoriati alberi di Kabul non saranno mai più verdi
Alzati mio caro!
San Marco nella sua grandezza accoglie
I giovani ambasciatori presentatisi al suo cospetto
Una voce a tutti nota invita la gente in via Orlanda
È la morte a parlare.
Le gocce di sangue recitano poesie
Bimbo affamato, disertore di guerra
Il mio cuore un aquilone vuol far volare
E su di esso scrivere:
giardiniere, apri le porte del tuo giardino
io non sono un ladro di fiori.