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Io, estremista per disperazione

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di Ilvo Diamanti

Il problema è il dizionario. Le parole: hanno perduto il significato di un tempo. Per cui parliamo senza capire e senza capirci. Non ci è chiaro neppure quel che diciamo noi stessi. Fra noi e le nostre parole c'è un distacco profondo. L'abbiamo detto altre volte: dovremmo ri-scrivere il dizionario della discussione pubblica, ma anche quello della vita quotidiana. Catalogare le parole perdute e le parole ritrovate. A loro volta diverse perché hanno un senso diverso.

Moderato, per esempio. Un tempo non esisteva. Quand'ero giovane, fra gli anni Sessanta e Settanta, le categorie di uso comune erano altre. Il mondo si divideva fra conservatori e progressisti. Tradizionalisti, riformisti, rivoluzionari. La moderazione era un'attitudine, un orientamento sociale e personale, uno stile di vita. Definiva quelli che bevevano, mangiavano, magari tifavano. Indulgevano a qualche vizio. Con moderazione. Cioè: senza esagerare. Oggi invece i "moderati" sono divenuti una categoria politica e culturale. Una (presunta) cultura politica. Il "fronte moderato", in particolare, è quello guidato dal Cavaliere.

Lui, Mister B, lo ripete sempre. I "moderati" sono i militanti e gli elettori del (sedicente) Centrodestra. Al di là e oltre ci sono soltanto i comunisti, i Magistrati e i loro servi. Quelli che perseguitano il Campione dei Moderati e lo vorrebbero eliminare, a dispetto della volontà popolare. Quelli vogliono far pagare le tasse. Quelli che vogliono uno Stato onnipresente e centralizzatore. Quelli che stanno per il Pubblico e odiano il Privato. Quelli che vorrebbero fare invadere l'Italia dagli stranieri e dagli islamici. Quelli brutti, o meglio: quelle brutte. Vuoi mettere il lato B delle parlamentari "moderate"? Quelli che non si lavano. Quelli che si scandalizzano per le gesta erotiche del Cavaliere - vere o presunte. Ma anche se fossero vere: che male c'è? Siamo un popolo di maschi guasconi. Chi si scandalizza (i comunisti e i Magistrati), in effetti, finge. Per invidia. È una frattura profonda e invalicabile. Da una parte i Comunisti, dall'altra - appunto - i Moderati. Quelli che i tunisini, i libici e i marocchini meglio cacciarli fora dai ball (o come si dice, non sono un esperto di lingue padane). Quelli che le BR abitano nelle procure. Quelli che nel pubblico sono fannulloni e la scuola (pubblica) non funziona per colpa dei Professori. Quelle che, nei faccia a faccia, si dichiarano moderate e di famiglia moderata. E attendono l'ultima parola, quando l'avversario non ha più possibilità di replica, per dargli del ladro di automobili (e voi comprereste un'auto da chi le ruba?). Peggio: del complice di estremisti violenti. Quelle che denunciano l'avversario (quando non ha più possibilità di replica) per essere stato condannato e amnistiato. E se il fatto non sussiste, se è palesemente falso, chissenefrega: era amico dei terroristi. Quarant'anni fa. Altro che moderato. E i moderati, si sa, sono decisivi per l'esito del voto. Soprattutto i "terzisti". Quelli che non stanno né di qua né di là. In caso di ballottaggio: non voteranno mica per i comunisti o per gli amici dei terroristi?

Il moderato. Una parola nuova e vecchia. Perduta e ritrovata. Perché oggi è di moda, ma ha cambiato senso, rispetto a un tempo. Perché se questi sono i moderati, il fronte moderato, i segni e i significati della moderazione. Allora io che da giovane non sono mai stato comunista e neppure marxista (al massimo, aclista). Io che nel Sessantotto, quando i miei compagni di liceo erano rivoluzionari, ero un giovane democristiano (e, prima ancora, repubblicano). Io che voto a sinistra (centrosinistra?) perché mi tocca. Non ho alternativa. Anche se, effettivamente, l'alternativa non c'è. Io che non alzavo e non alzo la voce - se non alle partite di calcio e, qualche volta, con i miei figli. Io che ho sempre preferito i mezzi toni e le mezze misure. I colori tenui e il jazz da camera (avete presente Uri Caine?). Se questi sono i moderati, per disperazione, non posso non dirmi estremista. (Comunista proprio no. Mi spiace: ma è troppo).

sito di Repubblica

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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