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Lettere 29 settembre - 5 ottobre

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Vi seguo spesso e questa mattina ho ascoltato la trasmissione su Qohélet che avevo già letto senza soffermarmi molto sul significato profondo del testo biblico. Oggi lo scambio fra Zagrebelsky e la Caramore, mi ha aiutato a mettere a fuoco alcune riflessioni non del tutto in sintonia con le interpretazioni date da loro.
La mia idea è che il Qohélet sia la riflessione di un uomo di molta esperienza che vive in un tempo di grande confusione, molto simile al nostro, in cui la gente è parecchio disorientata. Da questo, a mio avviso, parte la riflessione o il monito di Qohélet nel richiamare al tempo, al momento, al luogo più opportuno per ogni azione se si vuole che l'agire dell'uomo abbia un senso e dia frutto. Così come accade nella natura in cui c'è un tempo per la semina e un tempo per il raccolto. 
L'osservazione di Zagrebelsky in cui dice che in Qohélet c'è un forte individualismo nell'invitare a considerare che se si è in due il singolo ha maggior possibilità di difendersi, quasi che Kohélet stesso fosse egoista, io penso invece che nel tempo in cui è vissuto Qohélet imperasse un egoistico individualismo. Per far riflettere sul valore dell'essere insieme e del fare comunità, Qohélet doveva necessariamente partire da quell'egoismo: tu insieme a un altro starai meglio, tu potrai difenderti meglio, tu avrai più vantaggi. Ma poiché ogni singolo è chiamato a riflettere sui vantaggi personali dello stare insieme, è un modo per portare l'idividualismo egoista ai valori dell'agire collettivo, dell'essere comunità che si fa carico dei problemi e delle esigenze dei singoli, e i singoli che si organizzano e coalizzano per il bene di tutti.
Il Dio presente nel Qohélet, ma non definito, distante, non partecipe di una condizione ben delineata, mi pare la constatazione di una presenza che trascende l'uomo, e un invito all'uomo a non impadronirsi del trascendente, che c'è, ma non è di sua proprietà. In pratica un invito all'uomo non imporre ad altri l'idea che egli si è fatta di Dio, perché il trascendente matura nelle coscienze dei singoli e nelle tradizioni di giustizia di ogni popolo.
Un cordiale saluto
Teresa Mele
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Io credo che il Qohélet sia una grande, definitiva chiamata alla maturità.  
Io coi miei 88 anni, la umanità con qualche milione di anni dal suo passato scimmiesco, non possiamo più raccontarci delle favole.  
Sarebbe bello poter dire che alla fine il giusto trionfa, le lacrime sono asciugate, ecc. ecc.  
Non è così.  
Che dire, che fare ?  
Prendere in mano noi la situazione.  
Noi fare il bene, noi asciugare le lacrime. 
E non chiederci nemmeno per un minuto se trionferemo o no. 
Cordialmente  
Luca Erizzo
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Gentile redazione,
sono un ascoltatore della vostra interessante e preziosa trasmissione “Uomini e Profeti”, che trovo tra le più meritevoli  per lo sforzo di trasmettere anche ai non addetti ai lavori, con un linguaggio chiaro e semplice ma tutt’altro che banale, le più recenti acquisizioni della critica e della filologia biblica. La presentazione dei testi biblici riesce così, anche grazie all’intervento dei più noti esegeti in circolazione e pur nei ristretti tempi della trasmissione, ad aprire  a chi la segue orizzonti e prospettive originali di interpretazione, che normalmente restano preclusi ai più e circolano solo in una ristretta cerchia di specialisti. È un merito non da poco, perché non abbondano certo le sedi in cui chi si interessa di questi argomenti possa ricevere gli strumenti essenziali e i suggerimenti giusti per una lettura intelligente e critica di testi che non è facile affrontare senza un minimo di preparazione.. ..................................................................................................................................................
Cordiali saluti 
Franco Piotti
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Spett.le Redazione di Uomini e Profeti, ho ascoltato la puntata della vostra interessante trasmissione, riportata in oggetto,e desidererei proporre un punto di vista molto sinteticamente,come raccomandato dalla conduttrice Gabriella Caramore. 
Leggendo il Qhoélet non può sfuggire il fatto che l’espressione centrale del libro, hevel (tradotta in vari modi tra cui vanità, soffio, inconsistenza) abbia la stessa radice del nome di Abele. Proprio questa radice mi spinge a pensare ad Abele come la personificazione della vanità, dell’inconsistenza, dell’utopia: niente di più e niente di meno.
La civiltà non poteva che discendere da Caino, alla cui concretezza esistenziale Dio stesso chiede (e solo a lui e non ad Abele) una coscienza etica (Gn 4, 6-7), che sappia rispondere autonomamente da ogni pregiudiziale benevolenza (Gn 4, 4b-5a). Caino uccide non una persona concreta ma una dimensione della realtà e soprattutto di se stesso, che gli permette di affrontare la vita pur con sofferenza e rimorso.
Solo partendo di qui è possibile cogliere il profondo messaggio di Qhoélet, indirizzato soprattutto contro coloro che moralisticamente  vedono Abele come una persona concreta, al pari di Caino, cogliendoli tutti nella loro assolutezza illusoria.
Sperando di essere stato sufficientemente sintetico, Vi saluto cordialmente
Carlo Elinghi

Credits

Un programma di Gabriella Caramore
a cura di Paola Tagliolini
regia di Ornella Bellucci
consulenza musicale di Cristiana Munzi
in conduzione Benedetta Caldarulo,
Irene Santori
(Storie)
Gabriella Caramore (Questioni)
Via Asiago n. 10 - 00195 Roma

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