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Intervista a Meredith Monk

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Maestra dell'arte multidisciplinare, Meredith Monk si è rivelata uno dei personaggi più coraggiosi e visionari nel mondo dell'avanguardia vocale. Una ricerca entusiasmante che ha influenzato l'uso della voce nel rock e che ora raccoglie i giusti riconoscimenti anche del grande pubblico

In cerca dell'eternamente umano

Ci sono emozioni, stati d'animo, visioni, per cui l'espressione linguistica appare inappropriata, limitativa, a volte addirittura inesistente nel vocabolario di una lingua. Sensazioni e turbamenti che magari non conosciamo, perché estranei al nostro mondo o che forse abbiamo dimenticato, indaffarati nei corsi e ricorsi della nostra storia.
Negli anni Sessanta si muove, nella solita New York, una donna di nome Meredith Monk, che, affascinata da simili congetture, decide di votare il suo intero percorso alla ricerca di un'espressione artistica in grado di rappresentare le trepidazioni dell' "eternamente umano", scavando sempre più a fondo nella riesumazione degli strati più primitivi del nostro subconscio e fissandoli allo stesso tempo in una sorta di a-temporalità e universalità.
Un percorso estremamente ambizioso rimasto pressoché inedito nella storia della musica sia per il carattere emotivo e profondamente umano dell'arte della Monk che per la straordinaria comunicatività di un'opera che pur nasceva nell'avanguardia americana più colta.

Nata da una famiglia di cantanti e ballerini (la madre e il nonno erano cantanti professionisti), Meredith Monk si muove da subito con disinvoltura in una New York brulicante di fermenti artistici. Prima la laurea al Sarah Lawrence College, poi la partecipazione a numerosi spettacoli d'avanguardia, prestando la sua voce a composizioni altrui oppure, altre volte, esibendosi come "danzatrice solista". Il corpo e la voce, il materiale e l'immateriale: la giovane Meredith si esprime con sorprendente naturalezza nella fusione delle discipline, tant'è che i concetti di "movimento" e "danza" rimarranno dei pilastri anche delle sue produzioni esclusivamente musicali.
Non poteva che essere l'arte multidisciplinare quindi, nel 1968, al centro della realizzazione del suo primo obiettivo di grande portata: la fondazione della compagnia teatrale The House, sul cui fine si esprime in questi termini: "Creare un'arte che abbatta le frontiere fra le discipline, un'arte che a sua volta diventi una metafora per aprire il pensiero, la percezione, l'esperienza. Un'arte che purifichi i sensi, che offra intuito, sentimento, magia. Che permetta al pubblico, forse, di vedere cose già conosciute in un nuovo modo".
Un'arte trasversale e complessa, quindi, che affonda le proprie radici nella tragedia greca e nelle arti orientali.

Tuttavia è sul più naturale e potente degli strumenti che Meredith concentra il suo studio in questi anni di grande attività: la propria voce. Uno studio che amplia ai generi più disparati (dall'opera ai canti delle tradizioni tribali euro-asiatiche), alle tecniche più audaci e che include anche una rivalutazione del materiale musicale scritto per le performance teatrali. In breve tempo Meredith Monk conquista la stima delle personalità più in vista della musica colta e del minimalismo e diventa il nome di punta dell'avanguardia vocale. 

(Roberto Rizzo)

Credits

Curatori
Monica D'Onofrio, Paola Damiani e Stefano Roffi
Redazione
Leda Bianchi, Giorgia Niso
Regia
Chiara D'Ambros
Conduttori
Francesco Antonioni, Oreste Bossini, Nicola Campogrande, Riccardo Giagni, Andrea Ottonello, Andrea Penna, Stefano Valanzuolo, Guido Zaccagnini

Sede Rai di Milano:
Nicola Pedone





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