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Il debito e il veleno delle opposte narrazioni

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Con il trattato di Versailles fu imposto al Reich sconfitto un pesante debito a titolo di riparazioni di guerra. I tedeschi si proclamarono, e si ritennero sinceramente, vittime di vincitori arroganti, insensibili alle sofferenze del popolo e incapaci di comprendere l’insostenibilità economica del peso che caricavano sulle loro  spalle. Da parte sua, la Francia (in posizione per qualche aspetto analoga a quella della Germania odierna) ricordava che nel 1815 e nel 1871 aveva onorato, senza tante storie, i propri debiti di guerra, addirittura prima della scadenza, a costo di pesanti ipoteche sulla propria finanza pubblica. Un debito è un debito, dicevano e va onorato oggi come noi lo onorammo allora, costi quel che costi del creditore. Nacquero due narrazioni diverse, entrambe non prive di fondamento, ma tra loro inconciliabili. Anche perché le due storie erano narrate soprattutto a beneficio di ciascuna opinione pubblica interna. I politici di Weimar per indicare nello straniero il responsabile delle misere condizioni di vita di molti, anche nella classe media, l’accresciuta povertà, l’iperinflazione. La classe dirigente francese, per parte sua, aveva basato la propaganda bellica sullo slogan “I crucchi (si può forse tradurre così il dispregiativo le Bosche) pagheranno e l’opinione pubblica si aspettava esattamente questo da loro, insieme al riconoscimento della “colpa” unilaterale e totale della Germania per la tragedia della guerra.

Dal punto di vista del benessere complessivo dell’Europa, come scrisse Keynes, i tedeschi avevano buone ragioni: era autolesionista l’impoverire la Germania. Ma Berlino non mancò di usare l’argomento a fini propagandistici, esagerando le proprie difficoltà. Il debito tedesco fu spalmato su un gran numero di anni e pagato, finché durò, con un flusso di capitali privati.  Nel 1931 fu dapprima sospeso poi cancellato. Sul debito privato vi fu un parziale default. Succede, quando i debiti sono economicamente o socialmente insostenibili.

L’analogia tra l’Europa degli anni venti e quella di oggi sconta, per fortuna, molte differenze, prima tra tutte il fatto che allora il debito fu imposto dai vincitori ai vinti con il trattato di pace mentre i debiti attuali furono assunti volontariamente dai vari paesi. Resta, mi pare, dei due casi l’analoga presenza di due opposte narrazioni dell’origine della crisi che si riflettono in opposte visioni sul come uscirne, entrambe – oggi come allora – connotate di valenze etiche, di principi irrinunciabili. Per la Germania (nella posizione della Francia degli anni Venti), il dovere di ripagare i debiti è obbligo morale imprescindibile.(…)

 

continua sul quotidiano Il Sole 24Ore


 

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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Attenuare il rischio climatico rinaturalizzando le città. Adottare stili di vita flessibili per
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