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Lettere 2 - 8 febbraio

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Gentile redazione,
ho apprezzato molto la riflessione sulla "Parabola del vignaioli" e sulla "Pietra scartata". Una lunghissima telefonata e incombenze domenicali mi hanno indotta a ritardare la scrittura della mail. Mi sono ricordata - non precisamente, dato che la mia lettura risale a molti anni fa - un'interpretazione simbolica del significato della pietra angolare (e, della chiave di volta), da parte di Guénon. Ricordo anche la connessione tra pietra ("scartata") angolare e pietra del sacrificio, come originaria fondazione della comunità. Secondo queste connessioni, la pietra angolare sarebbe la pietra di fondamento. Non so distinguere bene, in questo momento, le citazioni dalle connessioni (mi riferisco alle elaborazioni di René Girard sui meccanismi vittimari e il capro espiatorio). Sacrificio, capro espiatorio e desiderio mimetico correlato al "doppio", sono riflessioni che mio marito Davide Lopez ha integrato con la concezione de "La volontà di potenza", intesa anche come sentimento di valore. Mi sembra che siano tutti elementi che si legano alle elaborazioni della puntata di questa mattina e ai complessi significati della figura del Cristo.
Un caro saluto,
Loretta
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Finalmente qualcuno mi ha spiegato la faccenda dell "autorità" che era per i farisei una questione di "diploma".  Quella di Gesù, come quella di Giovanni, più di quella di Giovanni, dalla coerenza con la volontà di Dio.
Grazie.
G. C.
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Gentilissima redazione,
seguo da tempo con soddisfazione la trasmissione domenicale di lettura e commento dei passi biblici. Ho ascoltato il commento di Marco 12 - ed in particolare al passo 12, 13-17 relativo al tributo a Cesare - e desidererei poter aggiungere qualcosa a quanto egregiamente detto da Jean Louis Ska e da lei stessa. Ai propri interlocutori Gesù fa notare ciò che è impresso sulla moneta del tributo, ovvero l’immagine di Cesare, per risalire al potere e ai diritti dell’imperatore proprio su quella moneta e sul relativo tributo; ma se la moneta doveva essere perciò restituita a Cesare, a chi faceva riferimento Gesù dicendo di restituire a Dio quello che è di Dio? Gli ascoltatori capirono certamente che era l’uomo quello sul quale era impressa l’immagine di Dio e che dunque doveva ritornare a Dio stesso: nessun uomo, Cesare o non Cesare, potrà mai rivendicare la proprietà sull’uomo! 
Vi  ringrazio per l’interessante trasmissione e vi  saluto cordialmente.
Vincenzo Chelazzi
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Ho visto l'altra sera "Lincoln". Mi ha colpito soprattutto una frase detta da un democratico: "Dio non ha fatto gli uomini tutti uguali". Se non ricordo male era la teologia dell'epoca che considerava i negri privi dell'anima e aveva permesso la tratta dei negri. E allora mi chiedo: quanta sofferenza possono causare alcune posizioni della teologia, anche oggi?
Andrea Furin
Padova
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Gentilissima Gabriella Caramore, 
seguo con interesse la vostra bella trasmissione, con tanto maggior piacere da quando commentate la Scrittura. Avevo perso la puntata del 27 gennaio, ma ieri l'ho potuta ascoltare grazie all'abitudine di Sandra di scaricare dal vostro sito la serie domenicale di “Uomini e profeti”. Ho così risentito i versi, un po' occasionali, da me dedicati al ricino di Giona durante un seminario, guidato dal prof. De Benedetti, sul  libro dell'avventuroso profeta. La cosa mi ha fatto piacere e le lusinghiere parole, pronunciate da lei e dall'amico Stefani per presentarne l'autore, mi hanno messo in qualche imbarazzo. Mentre sentitamente ringrazio, cerco, in qualche misura, di giustificarle, inviando una breve riflessione sul fico, fatto seccare per non aver saputo offrire a Gesù frutti in anticipo sulla stagione. 

Le foglie e i frutti del fico  

Per tentare di interpretare Marco 11, 12-14 bisogna innanzitutto mettere a fuoco la funzione del fico nella dinamica simbolica della via biblica alla salvezza. Insieme alla vite, alle messi, all'ulivo e al melograno, esso è uno degli elementi costitutivi del paesaggio messianico. Illustra la fertilità della terra promessa, l'abbondanza e la pace dei tempi escatologici. La illustra con la dolcezza dei suoi frutti e la frescura ombrosa delle sue foglie: “Siederanno ognuno tranquillo all'ombra della vite e del fico / e più nulla li spaventerà” (Michea 4, 4). Al tempo stesso la devastazione dei campi biondi di messi, delle vigne, dei frutteti, dei fichi abbattuti e scortecciati (Gioele 1, 7), è segno dei mali infiniti che colpiscono Israele per le sua i nfedeltà al Dio del Patto.
Come dal germogliare dell'occhio delle viti e dal farsi tenero del ramo del fico si presagisce l'arrivo della primavera, così la scarsità e la mancanza dei loro frutti al momento del raccolto preannuncia la drammaticità della carestia invernale. Basti per tutti ricordare Michea : ; “Ahimè sono diventato come uno spigolatore d'estate, / come un racimolatore dopo la vendemmia! / Non un grappolo da mangiare / non un fico per la mia voglia” (7, 1).
Nella quasi totalità dei casi in cui questo tema viene evocato, in termini di abbondanza o di assenza di frutto, tale stato di cose viene riferito al tempo naturale della maturazione. Solo in Marco 11, 12 – 14 l'albero a cui ci si accosta per cercarvi fichi, benché già ricoperto di foglie, non offre un solo frutto, in quanto “non era quella la stagione dei fichi”. Notazione singolare che, per quanto adeguata alla vicinanza temporale dell'episodio con la Pasqua, rende per lo meno ingenua la pretesa di Gesù di gustare la dolcezza di qualche primaticcio e del tutto immotivata la sua maledizione. Tant'è vero che Matteo ripete Marco, ma non fa cenno alcuno a tempi e a stagioni, mentre Luca rimodula l'intera vicenda, presentandola come un parabola sulla  misericordiosa pazienza di Dio.
Giustamente è stato osservato che in Marco l'episodio non può essere letto in chiave antigiudaica, ma trovo non del tutto persuasivo il raffronto tra l'innocenza del fico seccato e l'innocenza di Gesù crocefisso. Se così fosse mi chiedo se non dovremmo pensare ad un accostamento operato da Marco tra la sorte del fico e quella del Nazareno a partire dalla considerazione che Gesù, come il fico, era andato incontro alla morte per aver dato l'impressione di poter soddisfare l'attesa messianica del popolo prima della pienezza dei giorni. Il che mal si concilierebbe con l'intero indirizzo dell'annuncio marciano, che nella sua radicalità sembra qui piuttosto evocare la denuncia, spesso enfatizzata da Marco, dell'incerta risposta degli apostoli alla richiesta di sequela di Gesù. Non il Maestro dunque ma i suoi discepoli sarebbero chiamati in causa dalla sterilità del fico per la loro incapacità di dare integrale testimonianza evangelica, anticipando nella prassi della vita terrena la prassi dei tempi escatologici. Infatti vero segno della presenza del regno, destinato a crescere come il più grande degli arbusti a partire dal più piccolo dei semi, “non è / l'abbondante raccolto. / Segno sono / i frutti / fuori stagione”.
Così almeno mi pareva di dover concludere al termine del mio commento al cap. 11 di Marco (Il vangelo delle meraviglie”, Assisi, 1996, p. 160). E così mi pare di potere attualizzare per me la parabola di Luca su analogo soggetto:
 
La parabola del fico

Un uomo aveva nel cortile un fico che faceva sperare abbondanti raccolti, ma produceva solo foglie. Mise la scure alle radici dell'albero per liberarsene. Lo vide un contadino, che passava di là, e lo fermò: "Pazienta ancora un poco. Zappalo intorno intorno, concimalo senza risparmio, bagnalo ogni sera e, se la stagione prossima ti deluderà ancora, fa' quello che devi".
L'uomo è l'uomo di fede, che ha accolto nel suo cuore la parola di Dio. Il fico prodigo di promesse, avido di cure, avaro di frutti, è Dio e il contadino il Nazareno, che, tornato da quelle parti molto tempo dopo, visti i rami del fico alti sul tetto, gridò: "Ti avevo detto un anno! Non vedi che ti mangia la casa senza profitto? Cosa aspetti ancora?". E quello rassegnato: "Sono vecchio ormai. Per i fichi non ho più denti e alle foglie mi sono abituato. Penso che mi addormenterò alla loro ombra".

Con vera sim-patia e condivisa passione
Aldo Bodrato



 

Credits

Un programma di Gabriella Caramore
a cura di Paola Tagliolini
regia di Ornella Bellucci
consulenza musicale di Cristiana Munzi
in conduzione Benedetta Caldarulo,
Irene Santori
(Storie)
Gabriella Caramore (Questioni)
Via Asiago n. 10 - 00195 Roma

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