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Da San Francesco a Toro Seduto, breve storia della Natività

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di Cesare Fiumi

In principio fu il solstizio d’inverno, ché Cristo doveva ancora venire. Era proprio la giornata di oggi, il 21 dicembre, quella deputata alla festa della Sigillaria: la stessa che quest’anno i Maya avrebbero indicato, secondo profezia, per mettere i sigilli al mondo e al futuro.

Se leggerete invece questo articolo, vorrà dire che è stata nient’altro che una Sigillaria come un’altra, quando i bimbi etruschi, e poi quelli latini, ricevevano dolci e doni da Babbi pre-Natale, e cioè dai nonni e i trisnonni scomparsi e divenuti Lari – da qui, numi tutelari – mentre gli adulti delle familiae si scambiavano le statuette che rappresentavano i propri parenti defunti in quell’anno solare, ponendole accanto all’altre più antiche in un apposito spazio. Chiamarlo presepe (dal latino praesaepe, impropriamente greppia) sarebbe un azzardo. Diciamo che il culto al massimo potrebbe essere considerato un suo avo, dal momento che per il primo presepe c’è da aspettare, ufficialmente, il Medioevo e la notte di Natale del 1223 quando a Fonte Colombo, nei pressi di Greccio, sulle alture reatine al confine con l’Umbria, Francesco d’Assisi – di ritorno dall’udienza con il sultano Malik-al-Kamil e dalla visita alla grotta di Betlemme – decise di rievocare la Natività. Facendosi aiutare da messer Giovanni Velìta, dai suoi braccianti con le famiglie e dai suoi pastori con le greggi, imprimendo al quadro vivente quella connotazione devozionale ma pure folkloristica, contadina ma fortemente artistica, che non lo ha più abbandonato.

Caratterizzandolo come un luogo di poesia, di candore e di infanzia oltre che di una dimostrazione di fede. Il gregge di Toro Seduto. Il presepe come un luogo bambino di accoglienza. Ha scritto sul Corriere Claudio Magris: «Quand’ero bambino, cercavo di mettere nella grotta del presepe tutto e tutti, pecore e cammelli, ma anche orsi ed elefanti, muli di cartapesta con le mitragliatrici e carri armati, soldatini di piombo rotti e scalcagnati, non solo tre magi ma cinque o sei, perché mi sembrava e mi sembra che un presepe deve ospitare il mondo e non solo una famiglia». Perché i bambini hanno sguardi più candidi degli adulti e abbracci più generosi e totali. E difatti, il torinese Carlo Chianes, poeta crepuscolare in odor di Gozzano, da bambino infilava nel presepe pure le maschere di Carnevale, a cominciare da Gianduia – «Per far numero!» – mentre Gianni Rodari, nella poesia Il pellerossa nel presepe, ricordava quando, tra pastori e “maghi sul cammello”, aveva sistemato un pellerossa con tanto di ascia in pugno:

«Non è il tuo posto, via! Toro Seduto/ torna presto da dove sei venuto./ Ma l’indiano non sente. O fa l’indiano./ Se lo lasciamo, dite, fa lo stesso?/ O darà noia agli angeli di gesso?». In fondo, gli occhi migliori per guardare un presepe sono quelli dei bambini o di chi riesce ancora a replicare il loro stupore.

E la loro capacità di accoglienza, visto che ultimamente troppa politica nostrana ha agitato il presepe come una clava tradizionalista contro «l’immigrazione selvaggia e i suoi costumi», ribaltando il suo messaggio universale ai propri fini e usi propagandistici. Uno stupore, quello suscitato dalle Natività rievocate, almeno fino a metà dell’Ottocento localizzato nelle grandi chiese che le ospitavano prima che diventassero rievocazione privata, allestite e alloggiate nella propria abitazione. Un po’ come quei vecchi avi, i Lari. Il leggendario “caganer”. Il presepe può quindi vantare una sua storia sociale ben precisa: da soggetto replicato all’infinito nella storia dell’arte a oggetto devozionale di liturgia; da raffinato capolavoro artigiano, buono per i palazzi dell’aristocrazia, al suo ingresso nelle case borghesi e poi in quelle popolari nel secolo scorso, quando la Natività diventa industria di statue e case, cieli e fondali, senza però dimenticare i campanili che connotano ciascun presepe a modo loro, con personaggi della propria tradizione: dalla Curiosa bolognese alla Circassa napoletana, da Ciccibacco (il Diavolo travestito da oste) dei presepi in terra di vigna al Baccalaiuolo (il venditore di baccalà) presente in quelli di geografia marinara.

Anche se bisogna infilarsi nel mercatino di Santa Lucia, davanti al Duomo di Barcellona, per incontrare la più incredibile statuina tradizionale del presepe europeo: il leggendario “caganer”. Un personaggio che, senza aver nulla di blasfemo, ogni bimbo catalano cerca di individuare per primo quando si trova davanti a un presepe, che sia costruito in casa o ricreato in chiesa. Si tratta di una statuina che rappresenta un tizio (un pastore?) con le braghe calate, colto in un momento di necessità. Di solito lo si trova nascosto dietro un albero o un cespuglio, ben lontano dalla mangiatoia e dalla sacra rappresentazione.

Per dire come cultura popolare e storia patria – il caganer indossa la tipica berretta catalana, proibita ai figurinisti all’avvento del franchismo dopo la guerra civile – abbiano sempre trovato casa nel presepe, al di là del suo messaggio di fede (la nascita del Messia) e della sua simbologia: i Magi (da Europa, Asia e Africa, i continenti allora conosciuti) come «il cammino delle religioni verso Cristo», secondo l’ultima interpretazione del Papa, «in una processione che percorre l’intera storia». L’orso vivente.

Oggi, vivente o meccanico, artistico o pauperistico, il presepe s’è fatto pure business turistico. Passando da fondale di sermone scolastico a oggetto di mostre nelle Pro loco. E offrendo tutta una lista di siti – da noi a ospitarlo è di solito l’Italia minore e montana, più appenninica che alpina – dove lo si può visitare o premiare (in concorso), dopo averne apprezzato l’allestimento e le statue, magari a grandezza naturale, come quelle nel parco di Civitella Alfedena, in Abruzzo, dove la bottega ricostruita del verduraio, con mele e carote vere, l’anno scorso è stata ripulita da un orso – come quelli dell’infanzia di Magris – ma questo più vivente che mai. A dimostrazione, una volta di più – San Francesco, creatore della Natività rievocata, ammansiva i lupi e parlava agli uccelli – che il presepe resta un mondo speciale di accoglienza e candore dove, accanto a Gianduia o a Toro Seduto, può scorrazzare perfino un animale feroce.

sito del Corriere della Sera

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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