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Il regalo alle banche da 4,2 miliardi

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L’attenzione, forse un po’ tardiva, arrivata sul decreto convertito in legge ieri sera dalla Camera ha un motivo molto semplice su cui il Fatto Quotidiano batte fin dalla sua approvazione a Palazzo Chigi il 30 novembre: si tratta di un’enorme regalo alle banche, in particolare Intesa San Paolo e Unicredit, qualificabile in oltre 4 miliardi di euro. Un breve riassunto. La proprietà. Bankitalia è di proprietà delle principali banche italiane (pubbliche fino agli anni ’80), dell’Inps e di Generali. Il valore del capitale è rimasto quello della fondazione negli anni ’30: 300 milioni di lire, oggi 156 mila euro, suddivisi in 300 mila quote da 52 centesimi. Ora il governo ha stabilito – sulla scorta della relazione di 3 esperti che ignorando una legge del 2005 che prevedeva il ritorno della Banca Centrale in mano pubblica – che quella cifra deve essere rivalutata a 7,5 miliardi. A cosa serve? In teoria le banche aumentano il loro livello di capitalizzazione in vista delle nuove norme europee, lo Stato incassa la tassazione sulle plusvalenze. Peccato che non sia così: gli istituti incasseranno, l’erario subirà un danno. I dividendi. Il tetto è pari allo 0,5% delle riserve e al 10% del capitale. Ne deriva che sui 2 miliardi e mezzo di utili del 2012, ad esempio, Palazzo Koch ha distribuito ai suoi soci una cifra tutto sommato modesta: 70 milioni in tutto. Con la rivalutazione delle quote, però, l’esborso sale parecchio: a parità di utile si arriverebbe a circa 450 milioni. Tradotto: quasi 400 milioni in più l’anno ai soci privati. Fisco amico: Grazie a un emendamento in Senato, la tassazione della plusvalenza sarà all’aliquota di favore del 12% (non il 20, che sarebbe quella delle rendite finanziarie, non il 16 inizialmente scelto dal governo): l’incasso sarà di soli 900 milioni e non di un miliardo e mezzo dell’ipotesi massima. Vi sveliamo il trucco. La Bce, pressata dalla Bundesbank, ha imposto che la rivalutazione delle quote non sia considerata una garanzia patrimoniale. E allora? Tutto questo casino per niente? Non proprio. Il marchingegno infatti è parecchio complicato. Il decreto fissa anche un tetto alla partecipazione massima possibile che le banche possono detenere in Bankitalia: è il 3%. Grazie al solito emendamentino, è affidata alla stessa banca centrale la possibilità di ricomprare le quote in eccesso e poi rivenderle. La faccenda riguarda Intesa San Paolo che ha un  27,3% di troppo, e Unicredit che dovrà disfarsi del 19.1%. Ma anche le Generali hanno qualche quota di troppo (3,3%), idem la Cassa di Risparmio di Bologna (3,2%), Carige (1) e perfino l’Inps (2). Il tutto costa 4,2 miliardi (3 e mezzo solo per le prime 2 banche): soldi veri che gli istituti di credito potranno subito mettere a bilancio con buona pace di Bundesbank. Il caso Carige. La malmessa bancha ligure è stata sfortunata. Motivo: in questi anni ogni istituto ha messo a bilancio la sua quota come credeva e qualcuno ha esagerato. Carige ha valutato il suo 4% 892 milioni di euro, mentre secondo la nuova legge ne vale 300. Significa una bella svalutazione di mezzo miliardo a fronte di un incasso per il suo 1% eccedente di 75 milioni. Non tutte le ciambelle riescono col buco.

da "Il Fatto Quotidiano" del 30 gennaio 2014 pag.3

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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