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Il fattore donne e il paese

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Quando non riescono ad accettare i cambiamenti, gli uomini— intesi come maschi— offrono complimenti. Quando non sanno imporsi rinunce, espongono buone intenzioni. La giornata di oggi, 8 marzo, vedrà un turbinìo di eventi, iniziative, congratulazioni e riconoscimenti del ruolo della donna. Ma le donne— intese come femmine— ormai l’hanno capito. Basta scostare le mimose, e il panorama retrostante è spoglio. Il Corriere ieri citava la recente indagine Eurostat: siamo in coda tra i Paesi dell’Unione Europea. L’occupazione femminile diminuisce dopo il primo figlio, crolla dopo il secondo. Solo Malta è messa peggio di noi. Lo suggerisce l’osservazione, lo conferma uno studio dell’università Bocconi: senza il reticolo familiare poche nostre connazionali potrebbero lavorare. L’aiuto quotidiano dei nonni è indispensabile per trenta italiane su cento. Le danesi e le svedesi costrette a chiedere aiuto ai genitori per badare ai figli? Due su cento. Sorpresi? Probabilmente no. Chi non ha sperimentato le carriere che si bloccano alla prima gravidanza (part time e telelavoro sono temi buoni per i convegni) conosce una donna che s’è trovata in quella condizione. La buona notizia? La carovana dei grandi Paesi occidentali s’è rimessa in moto. Cerchiamo di capire dov’è il gancio da traino. Negli Stati Uniti il presidente Obama approva il Lilly Ledbetter Fair Pay Act contro la discriminazione salariale. In Gran Bretagna il rapporto Davis chiede di portare al 25%la quota di donne nei consigli di amministrazione entro il 2015. La Francia approva una legge che porterà al 40%le donne ai vertici delle società quotate entro il 2017. In Germania, Angela Merkel ha annunciato di voler imporre quote rosa del 40%in tutte le grandi aziende. Nessuno di questi Paesi ha avuto un caso Ruby che spingesse le donne in piazza. Tutti hanno capito però che, in tempi incerti, bisogna sfruttare le risorse a disposizione. E le donne sono una risorsa immensa. La legge in discussione in Italia prevede, per i vertici delle società quotate e delle pubbliche partecipate, una quota femminile di un terzo, da introdursi con disarmante gradualità (2021). Ma vedrete: il Paese bradipo dovrà imparare a correre. La realtà ha un’urgenza che nessun sofisma può rallentare e nessuno scandalo può oscurare. I «cuori pensanti» delle donne italiane— per citare il titolo di un libro di Laura Boella— hanno capito che un Paese senza materie prime, con infrastrutture obsolete, un debito pubblico mostruoso, un governo distratto e un’opposizione fatua non può permettersi di rinunciare al contributo delle donne. È una questione di legislazione e di coerenza, di opportunità e di comportamenti, di priorità e di serietà. Soprattutto di serietà. Quante aziende negano alle donne i diritti che proclamano nelle conventions. Quante amministrazioni pubbliche vedono gli asili solo come voci di spesa, invece di considerarli grandi opportunità. Quanti uomini dicono quello che non fanno e fanno quello che non dicono (al momento del colloquio di lavoro, della promozione, della cooptazione). Quante donne, purtroppo, fingono di non vedere. Quanto sono sole Rita Levi Montalcini e Margherita Hack: eppure le nuove italiane chiedono modelli, non di diventare modelle. Si muove il mondo, muoviamoci anche noi. Una festa che scivolava pericolosamente verso il romanticismo commerciale — l’ 8 marzo come un 14 febbraio per ritardatari — conosce quest’anno un improvviso risveglio. Cerchiamo di dimostrare che è una nuova stagione anche per noi.

dal "Corriere della Sera" dell'8 marzo 2011

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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