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Pensioni: l'articolo di Alberto Brambilla

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dalle Lettere al Corriere del 7.09.2011

Nel 2009 14,5 milioni di contribuenti su 41 non hanno dichiarato nulla A 16 milioni di soggetti bisognerà integrare l' assegno
di: Brambilla Alberto

Caro direttore,
nella difficilissima situazione del Paese, politici, sindacati dei lavoratori e dei datori e media discutono con grande verve e a volte troppa sicurezza dei temi economici tra i quali quello previdenziale assume un ruolo centrale. Concentrandoci su questo tema che assorbe oltre un terzo della spesa totale dello Stato, penso possa essere utile analizzare qualche dato.
A) Sotto il profilo del bilancio previdenziale (rapporto tra contributi effettivamente incassati e prestazioni erogate) si evidenzia un crescente deficit che deve essere coperto dalla fiscalità generale; nel 2009 il sistema pensionistico pubblico, nonostante i numerosi interventi correttivi, ha presentato un deficit di circa 8,9 miliardi. La spesa complessiva è stata pari a 192,176 miliardi, con un aumento rispetto all' anno precedente del 3,7% (+4,2% nel 2008) mentre le entrate contributive sono ammontate a 183,276 miliardi.
B) Al deficit annuo si devono sommare: 1) i trasferimenti all' Inps a carico dello Stato, tramite la «Gestione per gli Interventi Assistenziali» (Gias), per un ammontare complessivo di 33,48 miliardi, che vanno a favore delle gestioni previdenziali per compensare la quota parte di pensioni integrate dallo stato, quelle correlate al reddito (maggiorazioni sociali) e le contribuzioni figurative relative ai periodi di disoccupazione e Cig. 2) le contribuzioni aggiuntive (oltre 9,5 miliardi) alla gestione dei dipendenti pubblici a carico dello Stato e gli oneri per le pensioni sociali, invalidità e accompagnamento e le pensioni di guerra (ancora oggi oltre 340 mila). In totale la quota da finanziare con la fiscalità generale raggiunge i 75 miliardi di euro (circa 5 punti di Pil).
C) Le aliquote di equilibrio teoriche al lordo dell' intervento della Gias, cioè quanto dovremmo prelevare dai redditi dei lavoratori per pagare le prestazioni, rivelano andamenti preoccupanti rispetto alle aliquote di versamento effettive: tra datore di lavoro e lavoratore, i dipendenti privati e pubblici versano il 33% della loro retribuzione annua lorda mentre per finanziare le prestazioni occorrerebbe prelevare il 46,6% e il 45,1% rispettivamente per i lavoratori dipendenti privati e pubblici. Per artigiani e commercianti l' aliquota per finanziare le prestazioni è pari rispettivamente al 30% e 20,2%, contro il 20% di aliquota di contribuzione.
D) Sotto il profilo della sostenibilità finanziaria il rapporto «spesa pensionistica su Pil» è destinato, come abbiamo visto, ad un' ulteriore crescita e raggiungerà il 15,4% intorno al 2040 per poi ridursi ad un livello più che accettabile (13,5%) solo verso il 2060.
E) Su un totale di oltre 23,4 milioni di prestazioni previdenziali (una ogni 2,5 abitanti e anche questo è un record), oltre 9 milioni (quasi il 40%!) sono correlate al reddito, cioè usufruiscono di maggiorazioni a carico dello Stato perché i beneficiari non sono riusciti in 65 anni di vita a mettere insieme un numero sufficiente di contributi per raggiungere almeno la pensione minima. Questo problema è sempre stato sottovalutato e anzi, nel tempo e ad ogni governo di centrosinistra o destra, sono sempre state aumentate tanto che oggi non v' è quasi differenza tra pensioni pagate con contributi e quelle finanziate dallo Stato; pensate voi che voglia dovrebbe avere un italiano di pagare i contributi.
Nel 2001 abbiamo elaborato, estraendo centinaia di migliaia di posizioni vere presenti nell' anagrafe degli enti, una tabella per verificare quanti anni di pensione sono coperti da effettivi contributi; in sintesi abbiamo preso i contributi effettivamente versati, li abbiamo capitalizzati al tasso di interesse dei titoli di Stato (un tasso generoso) e calcolato il montante (cioè la somma dei contributi versati rivalutati); a questo punto abbiamo diviso il montante per l' importo annuo della pensione vigente alle date in tabella. I dati si commentano da soli; un autonomo che ha iniziato a lavorare nel 1970 ed è andato in pensione nel 2005, in media, si è pagato 5 anni e mezzo di pensione su almeno 19 di fruizione della pensione. Ma è cambiata la situazione? Abbiamo ancora un 40% di soggetti che nel difficile futuro dovremmo (non so se le condizioni economiche lo consentiranno) assistere finanziariamente? Purtroppo sì.
Dalle dichiarazioni dei redditi del 2009 si ricava che su oltre 41 milioni di contribuenti 14,5 non dichiarano nulla al fisco; sarebbe interessante capire da quanti anni non dichiarano e capire come vivono. Di questi, 6,5 milioni sono pensionati che su tali pensioni non pagano tasse. Altri 13 milioni di contribuenti dichiarano redditi tra i 10 e i 20 mila euro, per cui su una media di 15.000 euro annui pagano una media di poco meno di 4.000 euro di contributi; togliendo dai 13 milioni i 5 milioni di pensionati risulta che in questi due primi scaglioni di reddito abbiamo 16 milioni di soggetti ai quali dovremo in qualche modo dare o integrare una pensione.
È così difficile dire queste verità agli italiani, che sono certamente più ragionevoli e comprenderebbero meglio i motivi dei sacrifici richiesti? Evidentemente sì; nessuno vuole tagliare i costi nel proprio «orto» e tutti hanno un pensionato o un cittadino da difendere dai «tagli» di un' odiosa manovra che invece dovrebbe toccare i ricchi: quelli (lo 0,9% del totale) che hanno un reddito sopra i 100 mila euro (meno di 51 mila netti quindi pagano spesso più tasse loro in un anno che i primi 27 milioni di contribuenti in 15 anni); oppure quelli che hanno risparmiato o messo su una fabbrichetta dando lavoro ai quali una «giusta» patrimoniale sarebbe quasi cristiana. Credo che a furia di massacrare il risparmio e condannare la «ricchezza» proseguiremo il percorso verso il declino.
Che fare, dunque, per raggiungere l' obiettivo di riduzione di questo pesante debito imputabile per il 70% all' espandersi della spesa sociale? L' Europa ci chiede l' obbligo del pareggio di bilancio e, a partire dai prossimi anni, la riduzione dello stock di debito fino a giungere al 60% previsto originariamente dal trattato di Maastricht. Sarà difficile non intervenire sulla spesa per la macchina pubblica (Comuni, Province, Regioni e Stato centrale), come sarà impossibile non intervenire sulle pensioni: l' innalzamento delle età pensionabili di uomini e donne, l' applicazione di un contributo di solidarietà a tutte le prestazioni in pagamento soprattutto a quelle non supportate da contributi, le baby pensioni ecc.; la riduzione delle contribuzioni figurative, la rimodulazione dei benefici sulle pensioni di reversibilità e su quelle di invalidità, comprese le indennità di accompagnamento.
A completamento dell' analisi è utile segnalare che il totale delle prestazioni per la protezione sociale (inclusa la sanità) erogate in Italia incide per il 26,5% sul Pil ed è in continua crescita, mentre alcuni Paesi caratterizzati da un welfare molto esteso stanno progressivamente riducendo tale incidenza. La media europea considerando i 25 Paesi membri è pari al 25,5%, mentre quella storica a 15 Paesi è al 26%. In pochi anni l' Italia è passata da circa 1,5 punti percentuali sotto la media a 0,5 punti sopra la media; il tutto a debito visto che il rapporto debito pubblico/Pil è ritornato a quota 120%. E quota 26,5% è stimata per difetto, basti pensare ai sussidi per la casa che l' Istat considera zero mentre per la funzione «esclusione sociale» stima costi pari allo 0,1% del Pil; in realtà superano abbondantemente il punto percentuale di Pil. Credo che in una situazione così difficile sia utile a tutti, politici ed elettori, conoscere la vera dimensione della spesa che, è doveroso precisare, si è tradotta in più tasse e meno competitività.
Alberto Brambilla
Presidente Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale
Ministero del Lavoro

Credits

A cura di Paola De Monte
In redazione:
Maria Chiara Beraneck, Natascia Cerqueti, Marco Pompi, Gianfranco Rossi

Francesca Sforza



Francesca Sforza lavora alla Stampa dal 1999. Ha trascorso quattro anni a Berlino come corrispondente e due anni a Mosca. Nel corso di questo periodo all’estero è stata più volte inviata in Polonia, in Repubblica Ceca, in Slovenia e a più riprese nel Caucaso. Il suo libro “Mosca-Grozny: neanche un bianco su questo treno” (2006, Salerno Editrice) ha vinto il Premio Antonio Russo  e il Premio Maria Grazia Cutuli. Dal 2007 al 2011 ha lavorato a Torino come caporedattore del Servizio Esteri. Attualmente è responsabile dei contenuti digitali della redazione romana per il sito www.lastampa.it

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